Dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno: il Rosatellum tra (pluri) candidature e rappresentanza dei territori

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di Alessandro Lauro

Les jeux sont faits. Alle ore 20 del 29 gennaio 2018 sono scaduti i termini di legge per la presentazione delle liste dei candidati dinanzi agli Uffici elettorali circoscrizionali e regionali. I partiti e movimenti politici hanno dunque “chiuso” la partita sulle candidature, fra “strappi” delle minoranze, accuse alle dirigenze ed altre reazioni varie ed eventuali.
Nell’attesa che l’insieme delle liste trovi pubblicazione sul sito del Ministero dell’Interno (prevista per l’8 febbraio), i principali partiti hanno reso note le loro compagini ed ecco che, fra conferme e novità, saltano agli occhi scelte indubbiamente “curiose” nella distribuzione territoriale dei candidati.
Scopriamo, ad esempio, che l’esponente del Partito Democratico Maria Elena Boschi – forse a causa di un peculiare interesse della forza che la sostiene a sottolineare le esigenze di unità nazionale – si trova candidata nel collegio uninominale di Bolzano, forte del sostegno del Südtiroler Volkspartei, ed è contemporaneamente capolista per la parte proporzionale in tre collegi plurinominali siciliani (Marsala, Messina e Siracusa), oltre che – per non trascurare il Centro Italia – nel plurinominale di Guidonia-Velletri. Il tutto passando per il plurinominale lombardo di Cremona-Mantova.

Ovviamente non è l’unico caso curioso: a Marco Minniti tocca il gravoso compito di dividere la sua campagna elettorale fra la costa adriatica e quella tirrenica, essendo uomo di punta del collegio uninominale di Pesaro e nei plurinominali di Venezia e Salerno-Battipaglia.
C’è anche chi ha scelto di non lanciarsi nel vortice delle pluricandidature, puntando tutto sull’uninominale: è il caso di Roberto Giachetti, già candidato sindaco di Roma, che corre per il collegio di Sesto Fiorentino.
Anche la Lega (ex Nord) mostra una particolarissima attenzione per la conciliazione nazionale, tant’è che, nella sua culla lombarda (Lombardia 4), candida nel plurinominale al Senato il segretario del Partito sardo d’Azione Solinas, che sarà anche capolista in Sardegna.

In casa Forza Italia non tutti sono contenti: la beneventanissima Nunzia De Girolamo, seconda nel plurinominale della sua terra, si trova suo malgrado a correre in pole position nel plurinominale Bologna-Imola. Anche la campagna elettorale del ferrarese Vittorio Sgarbi si annuncia non facilissima da gestire: candidato nell’uninominale di Acerra, sarà contemporaneamente in lizza nel plurinominale a Modena. Il tutto come membro della Giunta regionale siciliana, dove è Assessore ai beni culturali e all’identità regionale.
Posto che non si sapeva esattamente dove collocarlo, resta fuori dalle liste nazionali Stefano Parisi, già candidato sindaco a Milano, che è stato però dirottato sulla regione Lazio, dove è candidato del centrodestra alla carica di governatore.

Questa rassegna – che potrebbe essere continuata andando a “spulciare” le liste annunciate dai partiti – mette in luce la difficoltà di coniugare la rappresentanza dei territori (e degli elettorati ivi residenti) con il vigente sistema elettorale che tollera fino ad un massimo di 5+1 candidature (dove il cinque si riferisce ai collegi plurinominali e l’uno all’uninominale). Considerato che il numero di collegi plurinominali si attesta a 65 per la Camera e che in ogni collegio plurinominale possono esserci al massimo quattro candidati, ecco che davvero le candidature possono spaziare ampiamente su tutto il territorio nazionale. È però comune esperienza che le esigenze manifestate da un cittadino a Sondrio siano (legittimamente) diverse da quelle di un elettore di Lecce. E queste diverse esigenze meritano (altrettanto legittimamente) di essere rappresentate all’interno dell’Assemblea parlamentare di un Paese estremamente variegato come l’Italia.

Perché allora una così scarsa attenzione per i territori?
La ragione (socio-politica) che si potrebbe avanzare è che oramai i partiti hanno perso quel radicamento territoriale che li rendeva davvero una “cinghia di trasmissione” fra popolazione dislocata sul territorio e organi centrali di governo. Dunque il singolo partito non ha “esigenze locali” di cui farsi carico, ma deve essere una macchina di slogan generici e generali, in grado di catturare consensi lungo tutto l’asse della Penisola. Il problema è che spesso un fenomeno identicamente etichettato (si pensi all’ “immigrazione”, alla “sicurezza”, alla “lotta alla disoccupazione”) ha risvolti estremamente diversi rispetto ai contesti socio-culturali e socio-economici in cui si manifesta. È la stessa cosa parlare di sicurezza a Milano e a Palermo? È identico riflettere su un piano per l’occupazione nella pianura veneta o nell’agro nocerino? Siamo certi che le imprese piemontesi necessitino della medesima strategia industriale nazionale di quelle pugliesi?

Alla ragione politica se ne accosta un’altra, squisitamente giuridico-elettorale. Alla Camera (diversamente dal Senato, ove si opera a livello regionale) i suffragi espressi dagli elettori (escluse quindi schede bianche e nulle) sono trasformati in seggi a livello nazionale. I “voti dei territori” quindi non contano, poiché l’unico territorio rilevante è quello nazionale. Certo, il sistema prevede poi una non intuitiva opera di trasferimento a cascata dei seggi nazionali al livello locale, ma la necessità di rispettare il conteggio nazionale potrà comportare (peraltro tramite complessi meccanismi di “scivolamenti” e “ripescaggi”) che in collegi dove una forza politica ha ottenuto più voti di un’altra, la prima ottenga meno seggi della seconda. Il tutto con buona pace di quella “prevedibilità degli effetti del voto” che la Corte costituzionale (sent. 1/2014) ha affermato caratterizzare la “personalità del voto” dell’art. 48 Cost.

Si dirà: “però esistono i collegi uninominali”. Certamente, ma la previsione del voto congiunto obbligatorio annacquerà l’effetto dei collegi, dal momento che il consenso ottenuto dal candidato sarà la sommatoria dei voti dati alle liste che lo sostengono (più, ovviamente, quelli espressi direttamente nei suoi confronti), senza che l’elettore possa davvero dire se vuole votare quel soggetto. V’è di più: il gioco delle pluricandidature e del voto congiunto rende estremamente volubile la “leggibilità” del risultato per l’elettore che sia un “laico” di diritto e sistema elettorale. Esemplificando: l’elettore di Messina che vota il Partito democratico con l’intenzione di sostenere l’elezione di Maria Elena Boschi – il cui nome gli apparirà impresso sulla scheda, per di più – come potrà sapere esattamente se la Sottosegretaria è stata eletta grazie al suo voto oppure nel collegio uninominale di Bolzano (ammesso che un elettore messinese sia tenuto a sapere di questa multicandidatura trans-peninsulare)? Lo scoprirà sul sito della Camera, una volta inaugurata la XVIII legislatura. Di certo non potrà sapere al momento del voto se la sua indicazione sosterrà Maria Elena Boschi oppure il secondo nome della lista oppure, ancora, un candidato in un altro collegio plurinominale, dove “scivolerà” uno dei seggi qualora i candidati nel collegio plurinominale di Messina siano già stati eletti altrove e in quell’altrove debbano accettare la loro elezione, secondo le previsioni della legge.

Si potrà obiettare che anche nel Mattarellum esisteva la possibilità di pluricandidature nella parte proporzionale. È vero: durante la vigenza di quel sistema elettorale era possibile per un candidato uninominale candidarsi in altre tre circoscrizioni (dunque si aveva un 3+1). Però esiste una macroscopica differenza: i seggi attribuiti nelle circoscrizioni proporzionali erano pochissimi rispetto alla legge attuale (ad esempio in Lombardia 1 – Milano e dintorni – i seggi erano 10, oggi sono 25), senza contare che la soglia di sbarramento era di un punto percentuale più alta, essendo fissata al 4% nazionale. Sicché la vera partita (con le più consistenti e veritiere “speranze di elezione”) si giocava nei collegi uninominali, dove l’elettore esprimeva la propria preferenza su una scheda diversa da quella della parte proporzionale, potendo così disgiungere “voto maggioritario” e “voto proporzionale”. Al Senato, essendo la disciplina della parte proporzionale diversa da quella della Camera, ci si poteva presentare in un solo collegio uninominale e quindi nella sola circoscrizione proporzionale di questo collegio.

Ecco, dunque, come la “matematica elettorale” della legge Rosato (due terzi di proporzionale, un terzo di maggioritario uninominale) non solo lasci completamente da parte la tanto invocata “governabilità”, ma trascuri pure completamente di consegnare, alla fine del processo elettorale, dei rappresentanti che possano contare su un vero appoggio popolare.
Così, aspettando con trepidazione il 4 (o forse il 5) marzo, questo quadro lascia l’amaro in bocca a chi crede che la varietà italiana, nella sua complessa, multiforme ed affascinante diversità, meriti una maggiore considerazione anche sul terreno della rappresentanza politica: citando un intervento di Giuliano Amato, non si può raffigurare in un affresco ciò che per sua natura è un mosaico. Ma evidentemente la nostra legge elettorale preferisce la semplicità della pennellata uniforme al paziente gioco ad incastro degli intarsi.

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