La fabbrica dell’illegalità

Print Friendly, PDF & Email

di Claudio Tani

La violenza “istituzionale” in quanto manifestazione organizzata dell’apparato pubblico nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, con il seguito di depistaggi e di falsi, fa venire alla mente i fatti del carcere di Sassari di vent’anni fa. I fatti di un anno fa della caserma Levante di Piacenza si collocano in un contesto di devianza diverso. In quest’ultimo caso al centro vi era il rapporto tra mafia e apparato pubblico, il potere e la capacità corruttiva nel mercato regolato della droga da parte di uomini delle istituzioni che si fanno criminalità organizzata per il controllo del territorio, con la violenza efferata verso persone totalmente innocenti.

Negli altri ambiti dello Stato amministrativo, il potere è esercitato senza ricorso alla violenza fisica. Lo Stato amministrativo si manifesta con un complesso sistema di apparati, centrali e periferici, predisposti a molteplici scopi e che, semmai, esercitano il potere paralizzando, rallentando, aggravando o inasprendo il funzionamento del sistema per condizionare il potere politico.

Il comune denominatore di ciò che avviene all’interno di carceri e caserme è che le vittime non sono scelte a caso. Nella caserma Levante, non certo un unicum, le vittime erano immigrati, persone coinvolte nel mondo della droga o della prostituzione, minacciate di arresto in base a una arbitraria colpevolezza “presunta” e una sorta di impunità mediatica a priori, con l’ulteriore incredibile e folle motivazione che il numero di arresti è considerato un criterio per avere premi e fare carriera, generando incentivi perversi negli apparati preposti alla repressione. Tutto in base alla teoria della deterrenza, che – come dimostrano gli studi sulla carcerazione di massa negli USA e nell’America centrale e nei gulag sovietici – oltre un certo limite genera il fenomeno opposto e la necessità di rivolgersi alle organizzazioni criminali per tenere la situazione sotto controllo (sul tema si rinvia alla conversazione reperibile on line su Fuoriluogo.it con il Prof. Federico Varese, Ordinario di Criminologia all’Università di Oxford e studioso di mafie internazionali).  

Il caso di Santa Maria Capua Vetere (dal Ministro dell’epoca definita una “doverosa azione di ripristino della legalità”, in un luogo sovraffollato, da venticinque anni senza allacciamento alla rete idrica, a poca distanza da una discarica a cielo aperto e con il blocco dei volontari a seguito dell’emergenza covid ) è un esempio di “etnografia carceraria”. Si è trattato di violenza gratuita a seguito della protesta di alcuni detenuti i quali, dopo un caso di positività di un addetto alla distribuzione della spesa, avevano chiesto disinfettanti e mascherine. La pianificazione della rappresaglia, la certezza dell’impunità, lo spirito di corpo a tutti i livelli gerarchici e, infine, il linguaggio, con i detenuti, nello slang carcerario ancora oggi definiti “camosci” o “vitelli”, trattati come bestiame da ammansire. Questo per dire che anche nelle carceri la pandemia non cancella le disuguaglianze, ma le accentua. Possiamo essere certi che fra i “camosci” di S. Maria Capua Vetere non vi era nessun detenuto “eccellente”.

Il Ministro della Giustizia impugnando gli articoli 3 e 27 della Costituzione ha dichiarato che fatti come quelli avvenuti a S. Maria Capua Vetere sono un oltraggio alla Costituzione e un colpo inferto alla funzione di rieducazione della pena. Il Ministro dell’Interno ha aggiunto che la gravità di tali fatti non deve far dimenticare il lavoro svolto onestamente e in condizioni davvero difficili dalle altre migliaia di onesti operatori penitenziari.  Le truppe cammellate parlamentari, of course, vengono al seguito. Gli ispettori e le procure, come per i morti sul lavoro, arrivano sempre dopo a fotografare i resti.

Il nodo culturale del problema è che il carcere è il luogo dove l’esercizio del potere legittimo dello Stato di ridurre la libertà dell’individuo si salda, dovrebbe saldarsi, con il dovere di mettere al riparo lo stesso individuo da ogni violenza o vendetta privata e da comportamenti illeciti di giudici, pubblici ufficiali e custodi. Il carcere dovrebbe rappresentare un luogo “sanctus honestatis et magnae reverentiae a quo omnis iniuria abesse debet…” e dove alle guardie è richiesto di adottare comportamenti ispirati a umanità e benignità (si veda per un’ampia disamina e per la vasta letteratura citata sull’evoluzione storica della funzione della pena carceraria, Loredana Garlati, Sepolti vivi. Il carcere al tempo delle Pratiche criminali: riti antichi e funzioni nuove Crisi del carcere e interventi di riforma: un dialogo con la storia, in Diritto penale contemporaneo, 4/2017).

Il carcere, quale pena suprema, deve dare valore alla funzione di umanità della pena, di vivibilità, di luogo dal quale sia bandita ogni forma di oppressione (le idee di Mario Pagano, Gaetano Filangieri e Antonio Genovesi) e lo Stato deve difenderne apertamente e senza ipocrisia il ruolo di reazione moderata alla ferocia sanzionatoria di epoche precedenti. Nel XX secolo vi sono state deviazioni totalitarie di portata immensa da quel ruolo. Oggi nuove forme intrecciate di totalitarismo economico, mediatico e istituzionale, esercitato su una società di massa, sfaldata come un iceberg a causa del cambiamento climatico, espongono a nuovi rischi.

Se l’autodifesa dello Stato dal delitto si traduce in vendetta, non solo al momento del verdetto, ma nel tempo più o meno lungo dell’esecuzione della pena, torniamo al principio della pena come retribuzione, come forma di equivalente, ovvero come scambio misurato dal valore. In qualunque sistema la vendetta perpetrata dalle guardie verso i detenuti è un mezzo permanente di difesa della disciplina sociale, ma è tutto il contrario della speranza rieducativa e recuperativa del carcerato. La vendetta è destinata a prevalere, dacché funzionale alla politica degli interessi della classe dominante di riduzione all’obbedienza delle classi sfruttate, siano queste i proletari classici nella società borghese, oppure i borghesi nelle dittature del proletariato e oggi i nuovi proletari, immigrati, giovani disoccupati, masse di ceto medio impoverito della globalizzazione, emarginati sociali per tossicodipendenza o per condizione sessuale.

Sarebbe di aiuto rivisitare criticamente le idee di E.B. Pasukanis, il giurista sovietico di cui si persero le tracce  nel 1937 in piena epoca di purghe staliniane, (La teoria generale del diritto e il marxismo, in Stucka, Pasukanis, Vysinskij, Strogovic Le teorie sovietiche del diritto, a cura di Umberto Cerroni , Milano !954) sulla contraddittorietà della società moderna studiata da Marx sotto tutti i molteplici aspetti, ma valorizzata dai successori prevalentemente al livello di opposizione tra borghesia e proletariato e non abbastanza al livello delle istituzioni politiche e giuridiche, tra le quali anche il carcere.

In poche parole, fatto sta che ciò che avviene nelle carceri è sempre sullo sfondo del dibattito politico e lì è destinato a rimanere. Dopo le dichiarazioni di circostanza in occasione di casuali scoperte, il carcere è comunque considerato tutt’al più un luogo di mera custodia. Anche se non dovrebbe mai precedere la sentenza, troppo spesso la previene, rendendo l’individuo non più padrone della propria sorte e distruggendola durante il tempo sospeso della custodia cautelare, dove l’innocenza si confonde col delitto. Il carcere è sempre e comunque un luogo di infamia, dove è bandito, proprio da parte dello Stato, prima che la legalità, ogni sentimento di virtù.

Condividi!

Lascia un commento

Utilizziamo cookie (tecnici, statistici e di profilazione) per consentire e migliorare l’esperienza di navigazione. Proseguendo con la navigazione acconsenti al loro uso in conformità alla nostra cookie policy.  Sei libero di disabilitare i cookie statistici e di profilazione (non quelli tecnici). Abilitandone l’uso, ci aiuti a offrirti una migliore esperienza di navigazione. Cookie policy

Alcuni contenuti non sono disponibili per via delle due preferenze sui cookie!

Questo accade perché la funzionalità/contenuto “%SERVICE_NAME%” impiega cookie che hai scelto di disabilitare. Per porter visualizzare questo contenuto è necessario che tu modifichi le tue preferenze sui cookie: clicca qui per modificare le tue preferenze sui cookie.