di Salvatore Curreri
La questione della riferibilità del “metodo democratico” di cui all’art. 49 Cost. alla vita interna ai partiti politici è sempre stata oggetto di discussione politica e giuridica.
Superfluo qui riprendere i noti argomenti favorevoli o contrari; tra questi ultimi – va ammesso – l’ambiguità della disposizione, dato che, quando la Costituzione ha voluto fare riferimento alla democrazia interna delle associazioni, l’ha fatto molto più esplicitamente, come nel caso dei sindacati che, per registrarsi, devono avere “un ordinamento interno a base democratica” (art. 39 Cost.).
Al di là di tali incertezze interpretative, ovviamente decisive sono state le resistenze del sistema partitico a darsi delle regole, per cui alla fine al loro interno hanno finito sempre per prevalere le “ferree” tendenze oligarchiche (Michels, Mosca). Lo stesso obiettivo d’incentivare la democrazia interna ai partiti collegandola al loro finanziamento pubblico, non è stato di fatto raggiunto a causa della scarsa incisività degli obblighi imposti per legge, come confermano gli statuti finora adottati (Scuto).
La vicenda delle sostituzioni dei capigruppo di Forza Italia va però oggettivamente oltre. Qui, infatti, non si tratta di decisioni imposte dal leader o dal gruppo dirigente del partito, come poteva accadere in quel partito ai tempi di Berlusconi che, almeno da questo punto di vista, era legittimato dal consenso elettorale ricevuto.
Qui si tratta di una decisione proveniente dall’esterno da coloro che del partito ne detengono la proprietà e che, in forza di tale controllo patrimoniale, pretendono finanche di stabilirne gli organigrammi interni, in spregio a qualunque regola democratica.
Come ha condivisibilmente detto l’ex capogruppo Barelli “normalmente i partiti si guidano dall’interno”. In Forza Italia ciò non vale, per il semplice motivo – vale la pena di ricordarlo – che esso dipende dalle fideiussioni volute da Berlusconi e confermate dai figli. Non a caso, quando fu approvata la legge sul finanziamento ai partiti politici, fu stabilito che il limite di 100 mila euro previsto per i contributi non si applicasse alle fideiussioni o alle forme di garanzia reale o personale già concesse (art. 10.10 d.l. 149/2013).
A tutto questo va aggiunto che, con scelta irriguardosa nei confronti delle istituzioni e del partito, tali decisioni sono state emblematicamente comunicate dai figli di Berlusconi convocando gli interessati (financo l’attuale Vicepresidente del Consiglio e ministro degli esteri) nella sede di Mediaset, dimostrando così qual è la vera sede di Forza Italia.
Che poi il nuovo capogruppo alla Camera sia un deputato eletto non nelle liste di Forza Italia ma di Azione dimostra non solo come oggi il transfughismo parlamentare venga premiato, anziché come un tempo segnare la morte politica dell’eletto, ma anche, e soprattutto, il livello di eterodirezione raggiunto, sicché si può imporre al gruppo di essere diretto da chi non è stato eletto nelle liste del partito corrispondente.
Una eterodirezione – sia detto per inciso – che il regolamento parlamentare del Senato, in tutt’altro contesto, in modo molto preoccupante riconosce allorquando prevede che per costituire un gruppo o una componente politica del misto le liste presentatesi insieme alle elezioni con un unico contrassegno devono avere l’assenso del soggetto – anche non senatore – che l’ha depositato (art. 14.4, secondo periodo, R.S.).
Insomma, una scelta sbagliata e inopportuna che – da tutti i punti di vista da cui la si guardi – dimostra emblematicamente la scarsa considerazione in cui taluni – forti del loro potere economico – tengono in considerazione le istituzioni e i partiti che le animano.
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