di Corrado Caruso
Molti sono i difetti che il cd. Melonellum, e cioè il ddl elettorale oggi in discussione al Senato, presenta. Alcuni di essi sono di metodo, altri di merito: tra i primi, l’ennesimo tentativo di riscrivere le regole elettorali a maggioranza, a pochi mesi dal voto. Tra i secondi… …la mancata previsione dell’alternanza di genere tra i candidati inseriti nelle liste circoscrizionali; l’elevatezza del premio, in termini di numero dei seggi assegnati; la riduzione delle ripartizioni territoriali della Circoscrizione Estero, con il rischio di predeterminare l’esito elettorale a favore dell’attuale maggioranza di governo; la mancata previsione di un ballottaggio tra le coalizioni più votate.
Tra le tante mancanze del ddl, quest’ultima è la più evidente, perché mina la razionalità complessiva del disegno elettorale fino ad avallare una vera e propria eterogenesi dei fini. Gli esiti elettorali sarebbero infatti radicalmente diversi a seconda che una coalizione raggiungesse o meno la soglia del 42%. Nel primo caso, essa beneficerebbe del premio di governabilità; nel secondo, i seggi verrebbero ripartiti integralmente secondo criteri proporzionali. Una simile discontinuità negli effetti del voto incentiverà la formazione di cartelli elettorali, anziché autentiche alleanze di governo fondate su un progetto politico condiviso da sottoporre agli elettori.
Il rischio è quello di favorire l’inclusione, all’interno delle coalizioni, di formazioni estreme, incluse non già per affinità programmatica, bensì esclusivamente per raggiungere la soglia del 42%. La conseguenza sarà la formazione di maggioranze eterogenee, frammentate e internamente polarizzate, in contrasto con lo stesso obiettivo di stabilità e governabilità che il disegno di legge intende perseguire.
Per scongiurare questo rischio, Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliarello hanno lanciato un appello bipartisan, sottoscritto da personalità di diversa estrazione politica e culturale, che invita le forze politiche a convergere verso il ballottaggio. Con il ballottaggio, il voto al primo turno sarebbe un voto per rappresentare, e cioè per delineare, su base proporzionale, gli equilibri tra le forze politiche in Parlamento; con il secondo turno, invece, il cittadino esprimerebbe un voto per governare, per scegliere, cioè, tra le due coalizioni più rappresentative, quella che presenta una piattaforma programmatica più convincente.
Peraltro, come mostrano le esperienze di altri Paesi, il ballottaggio ridurrebbe il peso delle ali estreme, liberando i due poli, che, pur proponendosi come alternative di governo, condividono i fondamenti democratici del sistema politico, dal loro potere di condizionamento.
Eppure, nonostante i pregi del ballottaggio, non mancano, soprattutto tra i costituzionalisti, le voci critiche, anzitutto nei confronti dei suoi proponenti. Questi avrebbero – addirittura – tradito la missione del costituzionalista, che non dovrebbe occuparsi delle migliorie da apportare al sistema politico-istituzionale e, quindi, alle regole del gioco, ma dovrebbe disvelare l’unico significato possibile dei principi costituzionali, impegnandosi per la loro attuazione.
La contrapposizione tra lo studio delle innovazioni da apportare al sistema istituzionale per assicurarne un buon rendimento (la cd. ingegneria costituzionale) e l’interpretazione, in funzione applicativa, dei principi costituzionali (la cd. dottrina della Costituzione) è da rifiutare. Qualsiasi sistema elettorale ha riflessi sul sistema politico e, dunque, sul rapporto tra questo e la Costituzione, ed è anzitutto al costituzionalista che spetta verificarne gli effetti.
I principi costituzionali si realizzano proprio attraverso adeguati meccanismi istituzionali, non certo attraverso dottrine astratte e letterarie (come insegnava Tocqueville), pronte a riaffermare grandi enunciazioni di principio ma disattente alle necessarie migliorie da apportare al circuito democratico-rappresentativo. Come rendere più efficace, trasparente ed accountable l’azione di governo di comunità complesse? Come trasformare l’energia popolare emersa dal voto in politiche pubbliche coerenti e rispettose del mandato elettorale? Come individuare, orientare e limitare (in una parola: governare) la pressione esercitata dagli interessi settoriali sulle scelte collettive?
La decisione politica, cioè il processo di assunzione di scelte necessarie all’inveramento dell’interesse generale, occupa un posto centrale nella storia del costituzionalismo liberal-democratico perché rappresenta lo strumento per tradurre in risultati concreti i valori di questo movimento. Anzi, da astratta riflessione ideologica, il costituzionalismo è diventato reale esperienza politica proprio grazie ai meccanismi di istituzionalizzazione delle rivendicazioni culturali maturate al suo interno.
La proposta di introdurre il ballottaggio si inserisce proprio in questo grande filone di pensiero, che pone al centro delle sue riflessioni le migliorie da apportare ai processi di decisione collettiva, troppo spesso abbandonati a fumisterie ideologiche o alle pessime mani dei cultori dei regimi autoritari.
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