
di Pietro Faraguna
Lo scorso 21 settembre, in un’atmosfera allegramente pre-elettorale, la Presidente del Consiglio dei ministri ha annunciato tre misure sulla scuola:
- Un tetto al numero massimo di stranieri nelle classi.
- L’obbligo, per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico, di imparare l’italiano.
- Il divieto di indossare burqa e niqab a scuola.
Di questo roboante annuncio – che chiunque può trovare agevolmente online per farsi un’idea priva di filtri – colpiscono diversi aspetti. In primo luogo, colpisce il registro e il tono del messaggio, concepito per strappare facili applausi – ma questa è la politica, bellezza – senza il timore di oltrepassare il limite di un discorso manifestamente discriminatorio e persecutorio.
Nel merito delle tre azioni annunciate (dopo aver celebrato il record del governo più longevo della storia della Repubblica, appare curioso che seguano annunci così roboanti dal sapore pre-elettorale: ma nei quattro anni precedenti il problema era sfuggito?), e in attesa di poterne leggere gli atti normativi (alcune fonti giornalistiche parlano di un imminente decreto-legge, altre di un disegno di legge di fine legislatura: campacavallo), dunque al netto di tutte queste premesse fa impressione constatare quanto l’Italia del 2026 sia un Paese in cui il dibattito pubblico non solo è in ritardo di decenni rispetto al corso della storia, ma si dimostra anche totalmente impermeabile al passato.
Riguardo al tetto massimo agli stranieri: nessun genitore in buona fede si augurerebbe di mandare il proprio figlio in una realtà in cui la maggioranza dei compagni di classe siano figli di persone di recente immigrazione, verosimilmente alle prese con barriere linguistiche che si traducono in difficoltà di apprendimento, e magari esposti a modelli culturali e familiari incompatibili con i principi fondamentali del nostro vivere civile.
Tuttavia, la realtà dei fatti è complicata da almeno due fattori. Le “classi ghetto” si creano innanzitutto a causa della ghettizzazione abitativa: i quartieri con le scuole a rischio di sforamento (ma di quale tetto parliamo? Il 25, il 30 o il 50%?) sono aree ad alta concentrazione abitativa di immigrati impiegati nell’industria e nell’agricoltura. Esistono, peraltro, numerose varianti locali: a Monfalcone le scuole cittadine registrano una presenza massiccia di studenti stranieri legati alla manovalanza di Fincantieri. Eppure, anche nelle scuole pubbliche dei Parioli la presenza di figli di immigrati è significativa, poiché la scuola pubblica rappresenta la destinazione naturale per i figli del personale di servizio che convive nelle abitazioni dell’alta borghesia romana, mentre i residenti autoctoni optano spesso per gli istituti privati. Far rispettare un eventuale tetto richiederebbe necessariamente la realizzazione di un sistema in grado di trasferire i figli degli immigrati nelle scuole oggi frequentate in maggioranza dagli autoctoni, i quali – in quelle stesse realtà – si sono già allontanati dai quartieri a maggiore concentrazione di stranieri. Questi stessi cittadini autoctoni, incalzati da eventuali politiche di desegregazione, rischierebbero di spostarsi ancora più lontano, innescando una continua rincorsa tra autoctoni e immigrati. D’altro canto, per garantire il rispetto del tetto massimo e il numero minimo di studenti per istituto, anche alcuni figli di cittadini autoctoni dovrebbero essere “deportati” in scuole a maggiore concentrazione di stranieri (gli asili e le scuole elementari dei Parioli, del resto, sono già a rischio chiusura e la loro sopravvivenza non è certo garantita dalla natalità dei residenti storici).
Si tratterebbe, in sostanza, di attuare politiche affini a quelle del desegregation busing adottate negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 non senza enormi problematiche, delle quali l’attuale dibattito politico sembra ignorare l’esistenza. Ricordiamole qui per sommi capi: nel 1954 la Corte Suprema pose fine alle politiche di segregazione legale degli studenti afroamericani con la storica sentenza Brown v. Board of Education; successivamente, nel 1971, la stessa Corte Suprema stabilì nel caso Swann v. Charlotte-Mecklenburg Board of Education che il trasporto forzato in autobus rappresentava un rimedio costituzionalmente legittimo al fine di raggiungere un effettivo bilanciamento razziale negli istituti. In mezzo ci furono rivolte, boicottaggi e aggressioni agli scuolabus, di cui un esempio eclatante furono i disordini di Boston per il desegregation busing, seguiti in epoca più recente da una giurisprudenza che ha significativamente depotenziato quelle stesse politiche.
La realtà sembra essere assai più complicata di quanto fanno credere gli ultimi roboanti annunci. Tanto che si tratta di tema già oggetto di attenzione da molti decenni. Nei giorni successivi alle dichiarazioni della Presidente del Consiglio sono state evocate, nella mascherata schermaglia tra Palazzo Chigi e Quirinale, le circolari del 1989 e del 1990 dell’allora ministro Mattarella, che in effetti affermano che “sarà bene non superare le quattro-cinque unità” per classe di alunni immigrati dallo stesso Paese. Bene sarebbe richiamare quei testi, anche dove affermano che “la scuola obbligatoria non può non avere come obiettivo educativo una sempre più acuta sensibilità ai significati di una società multiculturale. Ciò suggerisce attività didattiche orientate alla valorizzazione delle peculiarità delle diverse etnie”, ma sappiamo che la comunicazione politica moderna non consente di sottilizzare troppo. Non è stato soltanto l’allora ministro Mattarella a interessarsi del tema, che è infatti oggetto di attenzione regolatoria in molti regolamenti comunali che disciplinano le scuole dell’infanzia comunali (così, per citare l’esempio della città dove risiedo, Trieste, che di mescolanza se ne intende, il regolamento comunale prevede già da diversi decenni che “al fine di garantire un’offerta educativa qualitativamente appropriata per tutti i bambini, in ciascuna sezione sono di norma presenti bambini di cittadinanza non italiana in misura non superiore al 30% dei posti complessivamente disponibili”).
Circolari, atti amministrativi generali, linee guida non hanno certo la stessa forza e cogenza della legge. Ma c’è molto di più. Circolari, regolamenti comunali e linee guida non possono modificare un dato normativo che andrebbe considerato prima di qualunque intervento in materia, perché ne condiziona irrimediabilmente l’efficacia, ossia la definizione della platea cui applicare il famoso tetto. In altre parole: chi sono gli stranieri? Sono semplicemente coloro che in base alla normativa vigente non sono in possesso della cittadinanza italiana? Sono coloro che non parlano l’italiano? Coloro che sono esposti a modelli culturali e familiari che minacciano i principi su cui si regge la nostra civile convivenza? Oppure lo sono anche i ragazzi nati in Italia da genitori già qui residenti, che giocano a calcio, pallavolo e basket nel nostro Paese, che ascoltano la stessa musica (di dubbia qualità) dei loro coetanei autoctoni, e che parlano un italiano perfetto, spesso assai migliore di quello mediamente parlato da chi scrive queste righe (a Trieste)? Non sarà forse l’occasione giusta per mettere mano, con decenni di ritardo, alla normativa sull’acquisizione della cittadinanza, già oggetto di recenti e rocamboleschi ritocchi per ciò che concerne i figli dei figli dei figli di emigrati? Una ragionevole determinazione del confine della cittadinanza è, infatti, una condizione essenziale per poter calibrare politiche efficaci tese a evitare la formazione di classi ghetto e per affrontare seriamente qualunque altro tema legato all’immigrazione. La strada intrapresa sembra invece essere tutt’altra: nella coda dell’infiammazione del dibattito, il ministro competente sembra avere aggiustato il tiro, dando a intendere che il criterio decisivo per l’applicazione delle annunciate misure non sarà la nazionalità, ma la lingua. Tutto, pur di non affrontare il problema alla base, ovvero i criteri totalmente anacronistici di attribuzione della cittadinanza.
Quanto alla seconda misura annunciata – imporre un obbligo ai genitori per sopperire alle difficoltà scolastiche dei figli – non è solo una misura dalle tinte spaventosamente naziste; è anche un provvedimento destinato a fallire in un sistema di servizi sociali che fatica a garantire prestazioni ben più essenziali (persino agli autoctoni, figuriamoci agli stranieri). Soprattutto, è una misura che si allontana decisamente dal codice genetico e costituzionale della scuola italiana, che è – come ricordato dal tempestivo e deciso intervento del Capo dello Stato – “aperta a tutti” (art. 34 Cost.), ed è contraddistinta dalla missione di intervenire là dove la famiglia non riesce ad arrivare. Ci sia consentito dubitare che tale obbligo potrà essere ragionevolmente attrezzato delle strutture socio-educative necessarie a renderlo cogente, che comporterebbero una significativa spesa pubblica per offrire un percorso di formazione linguistica a favore di non cittadini (e non sembra essere esattamente questa, tra cancellazione del bollo auto e annunciata cancellazione del canone Rai, la politica fiscale del governo più duraturo della storia della Repubblica).
Infine, sul divieto di burqa e niqab a scuola: sono pienamente d’accordo. Tuttavia, potremmo forse applicare questo tardivo sussulto di laicizzazione delle istituzioni pubbliche anche alla questione del crocifisso? Un simbolo che continua a caratterizzare non tanto l’abbigliamento di singoli docenti o studenti, quanto l’ambiente stesso in cui si svolge la formazione dei cittadini e si amministra la giustizia. Sarà la volta buona che, di fronte ai rischi derivanti da una declinazione fanatica della religione, comprenderemo davvero quale debba essere la strada della laicità nel XXI secolo?
* L’immagine è di Presseurop
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