Come cambiano i numeri
con il Senato “ristretto”

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La riforma costituzionale riduce il numero dei senatori di due terzi, per l’esattezza da 315 a 100. La drastica riduzione ha varie conseguenze.

di Giovanni Di Cosimo

La prima riguarda la distribuzione dei seggi senatoriali fra le regioni. il riparto in proporzione alla popolazione premia le regioni piccole e danneggia quelle medie. Questo a causa del duplice vincolo previsto dalla riforma: a) il numero ridotto dei senatori (quelli da ripartire sono soltanto 95, visto che dal totale bisogna sottrarre i 5 scelti dal Presidente della Repubblica); b) il limite minimo di due senatori per regione, un consigliere regionale e un sindaco, anche in quelle più piccole. Il risultato è che le regioni con popolazione attorno al milione e mezzo di abitanti (Liguria e Marche) avranno due senatori come regioni assai più piccole. Mentre in Liguria ci sarà un senatore ogni 785.000 abitanti, in Molise ogni 156.000, per non parlare della Valle d’Aosta che avrà un senatore ogni 63.000 abitanti.

La seconda conseguenza riguarda il metodo di scelta dei senatori. La riforma dice che il Consiglio regionale eleggerà i senatori con metodo proporzionale. L’obiettivo della norma sembra chiaro: assicurare per mezzo del metodo proporzionale una quota di senatori appartenenti ai partiti della minoranza consiliare. Tuttavia, questo obiettivo potrà essere raggiunto solo nelle regioni con un numero sufficiente di seggi (si va dai 14 della Lombardia, ai 3 di Sardegna e Calabria). Molto più complicato sarà raggiungere l’obiettivo nelle dieci regioni e province autonome alle quali spettano solo due senatori (Liguria, Marche, Basilicata, Bolzano, Trento, Friuli, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata). In questi casi, per assicurare una presenza della minoranza bisognerebbe riservarle uno dei due senatori, ma così facendo si penalizzerebbe la maggioranza. Assai più probabile, dunque, che la maggioranza si prenda entrambi i senatori in quota alla regione, con buona pace del metodo proporzionale.

La riduzione dei senatori ha poi effetti sulle probabilità dei consiglieri regionali di entrare nel nuovo Senato. Esemplificando: gli 80 consiglieri della Lombardia hanno il 16,2% di probabilità di essere eletti, i 30 consiglieri delle Marche solo il 3% di probabilità di diventare l’unico senatore di estrazione consiliare della regione.

Un ultimo aspetto riguarda il rapporto con l’altra assemblea, Siccome la riforma non tocca i 630 deputati, il rapporto fra le due assemblee cambia considerevolmente: ora è 2 a 1 a favore dei deputati (630 contro 315), dopo sarà circa 6 a 1 (630 contro 100). La riduzione dei senatori potrebbe assumere rilievo quando le due assemblee si riuniranno in seduta comune per eleggere il Presidente della Repubblica, dal momento che la volontà dei deputati risulterà più determinante di quanto non succeda con l’attuale rapporto di uno a due. Soprattutto, ora la differenza non è realmente importante perché decidono i partiti e quindi i senatori di un certo partito votano allo stesso modo dei loro colleghi deputati. Con la riforma, invece, il Senato dovrebbe rappresentare i territori, mentre la Camera continuerà a rappresentare il corpo elettorale nazionale. E quindi, in linea astratta, i senatori potrebbero votare diversamente dai deputati del loro stesso partito, perché magari più favorevoli a un candidato sensibile ai temi regionali. Ma, proprio a causa della netta prevalenza quantitativa dei deputati, quel candidato “territoriale” avrebbe ben poche chance di essere eletto. E quindi, molto probabilmente, i senatori finiranno col convergere sui candidati indicati dai partiti.

 

Giovanni Di Cosimo

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