Legge elettorale: la (im)possibile quadratura del cerchio

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di Salvatore Curreri
È difficile vincere la tentazione di non occuparsi dell’attuale dibattito sulla riforma elettorale. I radicali contrasti da sempre esistenti tra i partiti rendono estremamente improbabile che si possa trovare un accordo bipartisan sulla più politica delle leggi. Ciò perché, ovviamente, in mancanza del velo d’ignoranza, ogni partito tende a difendere i propri particolari interessi.
Così i piccoli partiti, per sopravvivere, tendono per un proporzionale con basse soglie di sbarramento; la Lega, forte del suo radicamento al Nord, non disdegna i collegi uninominali, invisi invece al M5S (per varie ragioni: mancanza di classe politica locale; forza del marchio; rifiuto ad allearsi) ma anche a Berlusconi che, convertitosi sulla via di Damasco al proporzionale, vuole tenersi le mani libere per avere un peso politico maggiore di quello numerico, diventando così l’ago della bilancia.

Del resto, la storia delle nostre leggi elettorali è storia di riforme di parte, mai condivise. E non è un caso che l’unica vera riforma elettorale, uccisa quando stava cominciando a dare i suoi frutti (le leggi elettorali hanno bisogno di tempo per interagire con il sistema politico), sia stato il Mattarellum, approvato dopo i referendum elettorali del 1991 e 1993.

Il tutto in un sistema politico frammentato, tri-(se non quadri-)polare, che rende difficili le alleanze, sia pre che post elettorali, anche perché alla tradizionale linea di frattura destra / sinistra se ne sono aggiunte altre, non interamente sovrapponibili alla prima (e non solo nel nostro paese: impressionanti in tal senso i dati riguardanti l’elezione di Macron): nord / sud; centro / periferia; élite / esclusi; europeisti / sovranisti; pro / contro immigrazione.

Se a tutto ciò aggiungiamo un contesto istituzionale bicamerale paritario, in cui le maggioranze di governo devono essere tali in entrambe le camere, si comprende come lo sforzo a rendere omogenee (espressione quanto mai tecnicamente ambigua) le leggi elettorali delle due camere possono rivelarsi improbo e magari inutile, considerato che per il Senato votano solo coloro che hanno compiuto 25 anni.

Se questo è lo scenario politico-istituzionale, resto profondamente convinto che alla fine andremo a votare con le due leggi elettorali risultanti dalle sentenze nn. 1/2014 e 35/2017 della Corte costituzionale rispettivamente per il Senato e la Camera, salvo qualche marginale correzione (ad esempio per eliminare il sorteggio per i plurieletti).
In questa direzione, la soluzione minimale proposta dal Presidente della Commissione affari costituzionali della Camera Mazziotti di Celso – e cioè l’estensione dell’attuale Italicum al Senato – se ha degli indubbi pregi (a cominciare dal superamento dell’obiezione per cui la base regionale del Senato impedirebbe l’attribuzione di un premio di maggioranza nazionale), di fatto ci consegnerebbe un sistema di fatto proporzionale, essendo estremamente improbabile che una lista (anche infracoalizionale) possa ottenere il 40% dei voti. Inoltre l’abbassamento dello sbarramento dall’8 al 3 per cento per le liste non coalizzate attenuerebbe sensibilmente la sovrarappresentazione delle liste che riescono a superarlo.

Piuttosto, se proprio si vuole tentare una riforma, la strada strettissima da percorrere non può che essere quella di un sistema ibrido (più che misto), che, cumulando in sé elementi di maggioritario e di proporzionale, non si limiti a fotografare i rapporti di forza tra le forze politiche ma favorisca anche la creazione di una maggioranza di governo, senza però garantirla di diritto. È in questa direzione che si muove la proposta del Pd appena depositata.

Brevemente, essa prevede, come il vecchio Mattarellum, una parte maggioritaria e una proporzionale, ma con percentuali diverse: non più 75 – 25 ma 50 – 50 e senza scorporo. Infatti, in entrambe le camere metà dei parlamentari (303 deputati, 150 senatori) sarebbe eletta in collegi uninominali a turno unico; l’altra metà (303 deputati, 151 senatori) con un sistema proporzionale, con liste corte (2-4 candidati) e bloccate (senza preferenza) e con sbarramento al 5%. I restanti seggi sarebbero eletti nella circoscrizione estero (12 deputati e 6 senatori), in Trentino – Alto Adige (11 deputati e 7 senatori, di cui rispettivamente 8 e 6 in collegi uninominali; 3 e 1 in circoscrizioni proporzionali) e nella Valle d’Aosta (1 deputato e 1 senatore in collegio uninominale).

Apparentemente il sistema somiglia a quello tedesco, perché identica è la divisione a metà tra seggi uninominali e seggi proporzionali, ma non è così. Infatti, mentre in Germania i seggi sono attribuiti esclusivamente in base al voto proporzionale, qui invece verrebbero assegnati separatamente. Tra le due parti – maggioritaria e proporzionale – vi sarebbe quindi un fossato (Grabensystem) perché ognuna indipendente dall’altra nell’assegnazione dei seggi. Da qui l’eliminazione del meccanismo dello scorporo previsto dal Mattarellum, del resto come noto aggirato tramite le c.d. liste civetta.

Altra differenza rispetto al Mattarellum sarebbe la scheda unica (e non doppia, come invece era previsto alla Camera) con indicato il nome del candidato nel collegio uninominale e a fianco il simbolo della lista del partito. Nel caso le liste che sostengono il candidato uninominale fossero più d’una, il suo nome sarebbe ripetuto per ognuna, in pratica così:

Mario Rossi pd
Mario Rossi lista civica
Mario Rossi lista sinistra

Tale soluzione apparentemente bizzarra in realtà risponde all’esigenza di permettere (imporre?) all’elettore il voto unico. Non sarebbe, infatti, possibile votare (schizofrenicamente?) per un candidato nel collegio uninominale e per una diversa lista proporzionale (c.d. splitting). Inoltre, la ripetizione del nome del candidato nel collegio permetterebbe il trasferimento del voto ad una delle (possibilmente diverse) liste da cui è appoggiato. Diversamente, infatti, in presenza di un candidato nel collegio uninominale appoggiato da più liste, se è possibile ricavare dal voto alla lista il voto al candidato di tale collegio, non sarebbe possibile il contrario, non potendosi certo univocamente ricavare dal voto del candidato del collegio il voto ad una delle liste che l’appoggiano.

Le coalizioni non sarebbero nazionali ma circoscrizionali per cui i partiti potrebbero costituire alleanze “a geometria variabile” a seconda del territorio, ferma restando la possibilità di presentarsi da soli, con il proprio simbolo, per la parte proporzionale.

Infine, ci si potrebbe candidare in un solo collegio uninominale e massimo in tre circoscrizioni plurinominali nel proporzionale. In caso di elezione sia nell’uninominale che nel proporzionale, si privilegerebbe la prima in forza del rapporto con il territorio. In caso invece di elezione in più circoscrizioni proporzionali, il seggio sarebbe aggiudicato in quella dove la lista ha ottenuto percentualmente il peggior risultato (senza opzioni o sorteggio). Ciò in base al presupposto che quella è la circoscrizione dove l’apporto degli altri candidati in termini di voti è stato inferiore per cui non meritano di essere eletti al posto del capolista.

Come accennato, tale sistema non assicurerebbe ma favorirebbe la formazione di una maggioranza di governo, tanto più se (ma questa è una condizione politica) il centro destra si dovesse presentare diviso, giacché in tal modo la gran parte dei collegi uninominali sarebbero appannaggio del Pd e del M5S. Sotto questo profilo, esso costituisce un passo in avanti rispetto all’attuale Italicum che, in assenza delle condizioni politiche per raggiungere la fatidica sglia del 40% de voti per far scattare il premio di maggioranza, funzionerà (soprattutto alla Camera) come un sistema proporzionale. Inoltre, verrebbero ripristinati i collegi uninominali che, in assenza di partiti forti che un tempo si potevano permettere di paracadutare nei collegi blindati (ne esistono ancora?) i loro dirigenti nazionali, dovrebbero scegliere candidati radicati nel territorio. Le liste, ancorché bloccate, sarebbero corte, e quindi permetterebbero agli elettori di conoscere i loro candidati, come richiesto dalla Corte costituzionale.

Certo, come tutte le proposte, sarebbe perfettibile: lo sbarramento proporzionale potrebbe scendere (l’iniziale 5% forse è stato indicato come base di trattativa); si potrebbero introdurre le preferenze (per quanto le ritenga, soprattutto nel meridione, strumento che favorisce clientele e lobbies) per i candidati diversi dal capolista; infine le alleanze “a geometria variabile” perché circoscrizionali e non nazionali potrebbero rendere la coalizione elettorale vincente ancora più composita, eterogenea e fragile, come accaduto nel 1994.

Ma il punto centrale è se, come detto all’inizio, siamo di fronte all’ennesimo capitolo di una saga infinita dove il gioco dei veti reciproci ci porterà a votare con due leggi elettorali decise non dalla politica ma dai giudici costituzionali che ci consegneranno un Parlamento frammentato e incapace di formare una maggioranza.

Uno scenario che certo aprirebbe all’arte tutta italiana del compromesso (trasformismo?) politico ma che, contrariamente a coloro che non disdegnano, ed anzi auspicano tale scenario in nome del preteso allargamento degli spazi di partecipazione democratica (magari immaginando per loro il ruolo di “mosche cocchiere”), potrebbe aumentare, anziché diminuire, la distanza tra istituzioni e cittadini, la cui volontà elettorale sovrana dipenderebbe dai Razzi e Scilipoti di turno.
In nome della libertà di mandato, of course.

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