Effetti perversi ed effetti imprevisti
del bricolage elettorale

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di Antonio Floridia

Nel momento in cui scriviamo questa nota (pomeriggio dell’8 giugno) non sappiamo ancora se il testo della riforma elettorale in discussione alla Camera riuscirà ad essere approvato, o se l’accordo politico che sembrava sorreggerlo crollerà rovinosamente…

Pur con questa incognita, possiamo chiederci: a quale famiglia di sistemi elettorali può essere ricondotto il modello in discussione? Certamente, non tra i sistemi “misti” maggioritario-proporzionale, come era la legge Mattarella: questa, infatti, prevedeva la doppia scheda e si fondava su due arene competitive ben distinte tra loro e su un meccanismo di integrazione e/o compensazione tra di esse. Il nuovo sistema è (sarebbe) invece integralmente proporzionale, fatti salvi gli effetti distorsivi derivanti dalla soglia di accesso al 5%. Ma definire il “genere” (proporzionale) non basta: occorre anche individuare la “specie”: e qui possiamo distinguere tra i proporzionali di lista (liste che, a loro volta, possono essere chiuse, aperte, o anche flessibili – come in alcuni paesi nord-europei) e i proporzionali “personalizzati”, come è propriamente definibile quello tedesco. Ebbene, il nuovo modello è un ibrido, perché definisce gli eletti sia sulla base di collegi uninominali (non maggioritari) sia sulla base di liste circoscrizionali bloccate: l’arena competitiva è unica, come unico è il voto a disposizione dell’elettore. Il quale si ritrova dinanzi ad un ambito di scelta piuttosto ristretto, o meglio si trova dinanzi ad un dilemma: se apprezza il candidato che un partito presenta in un collegio, può votarlo solo se vota anche il partito; se intende votare per un partito deve votare in blocco anche tutti i suoi candidati. Piuttosto lambiccata anche la soluzione trovata per definire l’ordine di priorità tra gli eletti: definito il numero dei seggi spettanti ad un partito in una circoscrizione, “scattano” in primo luogo i candidati che sono arrivati “primi” nei collegi, e poi a seguire i candidati della lista circoscrizionale, e poi i migliori “perdenti” dei collegi.

Ancora tutte da valutare, e piuttosto complesse, sono le implicazioni che questo sistema potrebbe avere sulla logica e le strategie della competizione. Possiamo fare alcune prime, provvisorie, osservazioni a questo proposito. Il sistema, in sé, non è complicato: all’elettore si chiede di apporre solo un segno sulla scheda: il fatto che questo serva a scegliere il candidato di collegio e, nello stesso tempo, “trascini” il voto alle liste (che è quello che determina in definitiva il numero complessivo dei seggi spettanti ad un partito) è stato interpretato, e o criticato, da alcuni commenti come un meccanismo che incentiverebbe il cosiddetto “voto utile” a favore dei partiti maggiori, o almeno di quelli che hanno la possibilità di essere in testa in un dato collegio. Non sappiamo se è stato fatto questo “calcolo”, ma esso ci sembra piuttosto improbabile: la competizione nei collegi non è una vera competizione maggioritaria (come sarebbe stata in presenza del doppio voto) e, in realtà, si può scommettere, non saranno poi molti gli elettori che si addentreranno in una complicata ponderazione dei possibili effetti del proprio voto: si voterà una lista, e via… Anche perché, per i motivi che vedremo subito, i candidati delle liste saranno tutti anche candidati dei collegi.

Più rilevante forse l’effetto di incentivazione per i candidati di collegio, e anche i possibili “conflitti di interesse” tra i candidati nei collegi e quelli della lista: i primi avranno senza dubbio una forte spinta alla mobilitazione, i secondi – in linea di principio – avranno tante più chances di “passare” tanto meno numerosi saranno i “primi” di collegio. Questo possibile “conflitto” sarà risolto, ma solo in parte, dalla doppia candidatura (che, per fortuna, la legge limita ad una sola): chi si trova a correre in un collegio potrà essere collocato anche nella lista; ma, a complicare le cose, interviene un altro fattore: essendo la lista composta al massimo da sei nomi, non tutti potranno avere la doppia candidatura. Non sappiamo ancora come i partiti “governeranno” questo delicato passaggio: ad esempio, in Toscana, vi sono 14 collegi e 38 deputati da eleggere; un partito che raccogliesse all’incirca un terzo dei voti avrà diritto a 12-13 seggi. Se questo partito vince in tutti i collegi, non tutti i “primi” saranno eletti [1]; se vince in 7-8 collegi, scattano i seggi della lista: ma chi mai saranno questi fortunati? Si può prevedere una difficile battaglia interna…..o una raffinatissima stima, una sorta di ranking tra i collegi (blindati, sicuri, certi, probabili, incerti, disperati…), collocando magari nelle liste solo i candidati “borderline”…Ma certo sarà divertente e  istruttivo seguire la fase di formazione delle liste e vedremo le strategie che saranno adottate: tanto più divertente, tanto più volatile è oggi l’elettorato e tanto meno prevedibili sono gli stessi effetti che il nuovo sistema produrrà sulle scelte di voto. Come mostra la storia delle riforme elettorali, si scoprirà che qualcuno avrà fatto male i propri conti.

Quel che è certo, è che agli elettori è sostanzialmente sottratto un vero diritto di scelta: l’elettore può scegliere solo una lista, per il collegio e per la circoscrizione (ed è già meglio, rispetto all’Italicum, che portava di fatto solo a scegliere “il capo”), ma le conseguenze sugli eletti saranno determinate solo dalle strategie di “allocazione” delle candidature che i vari partiti adotteranno. Tutto è “bloccato”, come prima. La discussione sui “nominati” è molto intrisa di ipocrisie: è evidente che ai partiti spetta comunque il compito di presentare le candidature. Nel caso dei veri collegi uninominali maggioritari, l’elettore “sceglie” il proprio rappresentante, in quanto sceglie tra i diversi candidati offerti dai vari partiti. Ma anche nel caso delle preferenze, l’ambito di scelta dell’elettore è fortemente limitato dalla selezione preventiva che i partiti possono operare nella definizione della lista: come mostra la storia della “prima Repubblica”, vi erano candidati “forti”, candidati “borderline” e candidati “portatori d’acqua” o “riempitivi”. Il diritto di scelta dell’elettore si misura in altro modo: nella trasparenza degli effetti che il proprio voto produce. Il drammatico problema politico che la democrazia italiana si trova a fronteggiare è quella di una gravissima crisi della “rappresentatività” degli eletti, e quello della ricostruzione di una legittimazione “dal basso” della rappresentanza parlamentare. Tutto lascia presagire che questo modello – se mai vedrà la luce – non risolverà questi problemi.

In ogni caso, la strategia di distribuzione delle candidature, tra collegi e liste circoscrizionali avrebbe bisogno di un periodo di adeguato apprendimento, sia da parte degli attori politici che da parte degli elettori: un fattore essenziale, più in generale, per un “buon uso” di un qualsiasi sistema elettorale. Anche per questo appare davvero insensata la corsa alle elezioni anticipate.

Molti si stanno affannando ad attaccare questo possibile modello in quanto “proporzionale” e, perciò stesso, foriero di un destino di “ingovernabilità”: anche su questo, andrebbe fatta un po’ di pulizia concettuale e sgomberare il campo dai tanti, troppi luoghi comuni che accompagnano il discorso pubblico su tali questioni. I sistemi “maggioritari” che abbiamo avuto finora, hanno davvero garantito questa “governabilità”? La tanto (giustamente) deprecata “frammentazione”, da dove è nata e da dove nasce? Non è stata forse alimentata dal potere di coalizione che i sistemi fondati sul “premio di maggioranza” conferiscono anche alle più infime forze marginali? O non sarebbe invece davvero limitata, tale frammentazione, da un sistema come quello ora in discussione che pone la soglia al 5% (ed è un aspetto sicuramente positivo della proposta odierna)?

In effetti, da questa discussione, emergono i nodi di fondo e irrisolti di un’idea e di una pratica della “ingegneria elettorale”, a cui sono stati affidati compiti e missioni che una legge elettorale, per quanto ben fatta, non potrà mai risolvere. E’ davvero possibile “forzare” una dialettica “bipolare”, se le culture politiche radicate nella storia di un paese rifuggono da questo schema? I “fatti”, prima o poi, non si prenderanno una clamorosa rivincita? E ancora: tutti a lamentare la struttura “tripolare” del sistema politico italiano: ma questa struttura non è emersa proprio quando “vigeva” la credenza nel “maggioritario”?

Il dibattito corrente ha, per così dire, introiettato una condizione cronica di destrutturazione del sistema politico: una condizione che viene considerata oramai come un dato irreversibile a cui porre un qualche rimedio solo in chiave di “governabilità”. Non si riflette sulla possibilità che un diverso sistema elettorale possa aiutare a ricostruire un sistema di partiti più solido (come potrebbe essere semplicemente un sistema proporzionale, con soglie alte, e voto di preferenza in circoscrizioni piccole). Al contrario, si spacciano per verità indiscutibili delle inferenze del tutto arbitrarie: come quando si “proiettano” gli ultimi sondaggi sui risultati ipotetici dell’”applicazione” di un altro modello, e deducendone così, meccanicamente, la conseguente “ingovernabilità”.

Se ci fossero partiti con un minimo di visione strategica sul futuro del paese, e non appiattiti sulle (peraltro presunte e molto fallaci) convenienze a breve termine, il criterio-guida che dovrebbe guidare la scelta di un nuovo sistema elettorali potrebbe essere molto semplice: sono “buoni” (o sufficientemente tali) quei sistemi elettorali che permettono di registrare ed esprimere i reali orientamenti politici degli elettori; che, in una fase di crisi e di cambiamento degli orientamenti politici degli elettori, non “comprimono” illusoriamente questa crisi, ma restituiscono la parola alla politica; sistemi che permettano agli elettori di scegliere una propria rappresentanza politico-territoriale, conferendole legittimità democratica, attraverso una competizione diffusa e decentrata; sistemi, infine, che – restando, come dovremmo essere, nell’ambito di un regime parlamentare – affidino al Parlamento la legittima ricerca di possibili mediazioni, qualora dalle urne non esca un esito univoco (l’imbarbarimento anche del linguaggio politico si nota anche da questo: “mediazione” è divenuta una parolaccia, sinonimo di “inciucio”).

Sistemi elettorali che rispondono a questi requisiti, ovviamente, ce ne sono tanti e diversi, e ciascuno con le sue caratteristiche: basta guardare alle democrazie europee per poterne trovare vari esempi (e, se si esclude il sistema semi-presidenziale francese, nessuno garantice a priori che ci sia un “vincitore”, la “sera delle elezioni”). Ma la pre-condizione della loro efficacia e funzionalità sta nella loro coerenza interna: si può preferire un modello o l’altro, o si può ritenere l’uno o l’altro più adatto alle condizioni specifiche del nostro paese, ma non si può fare una sorta di bricolage, imboccare la via perigliosa di un gioco “combinatorio” tra logiche diverse.

A dispetto dei laudatores di un maggioritario immaginario, un vero sistema proporzionale, con una soglia non aggirabile al 5% (e senza i lambiccamenti di quest’ultima proposta, dovuti essenzialmente all’obiettivo di un pieno controllo sugli eletti, mascherandolo in modo ipocrita, senza la sfacciataggine del Porcellum), potrebbe avere effetti positivi sulla stessa qualità della competizione. Intanto, potrebbe creare le condizioni perché si esprimano, emergano o si ricompongano le reali articolazioni della cultura politica degli italiani: una destra xenofoba e nazionalista, una destra conservatrice, un’area moderata centrista, un partito di centro-sinistra, una sinistra. E poi permetterebbe di ridare centralità all’asse destra-sinistra, eliminando la comoda rendita di posizione di cui oggi gode il M5S (o, in positivo, aiutando questo movimento a superare le attuali ambiguità): con i sistemi finora vigenti, il M5S è stato in grado di catalizzare su di sé tutte le più svariate ragioni di protesta e di risentimento. In presenza di vincitori “annunciati”, il voto al M5S è il voto “contro”, per eccellenza. Qualcuno si sta interrogando come mai, nonostante tutto, il M5S continui a volare molto alto nelle intenzioni di voto degli italiani? E sarebbe ancora così, agli occhi di molti elettori, se il voto tornasse a prevedere la legittima possibilità e necessità di coalizioni parlamentari post-elettorali?

Insomma, nessuno può dire, oggi, come reagirebbe l’elettorato ad un diverso formato della competizione; ad una campagna elettorale in cui al centro vi fosse un confronto tra diverse piattaforme programmatiche e la loro relativa compatibilità; ad una competizione in cui avesse di nuovo spazio e importanza la scelta del candidato, su basi territoriali circoscritte. E’ del tutto prevedibile un radicale riallineamento delle preferenze, e spetterebbe agli elettori stabilire quale peso relativo attribuire alle diverse aree politiche (appena cinque o sei, come nella famigerata Prima Repubblica) e quali coalizioni sarebbero possibili.

Indubbiamente, oggi, in Europa, vi è una condizione critica, che rende in molti casi difficili dei governi stabili. Ma le regole elettorali consolidate e stabili, molto diverse tra loro, e non necessariamente “proporzionali”, che funzionano in molti paesi, permettono comunque di registrare dinamiche politiche reali, e si rivelano come “sensori” sensibili degli smottamenti e degli spostamenti negli orientamenti politici degli elettori. Se da questi spostamenti deriva una difficoltà ad individuare una soluzione stabile di governo, questo va visto come il segno di un passaggio da un assetto del sistema politico entrato in crisi ad un diverso assetto, ancora da costruire. E ci sarebbe anche da sorprendersi se non fosse così, se solo consideriamo il difficile passaggio che si trova ad affrontare l’Europa, in questa fase storica: proprio per questo, occorre che nuovi equilibri politici e di governo nascano da una vera dialettica politica, dal confronto-scontro tra diversi possibili modelli o idee dello sviluppo nazionale e trans-nazionale. In questo scenario, non è dai sistemi elettorali e dalle loro riforme che possiamo attenderci ricette risolutive che possano fermare questa fase di turbolenza politica e storica. Ma certo, pessime riforme elettorali possono solo peggiorare le cose: è del tutto illusorio e pericoloso che questa relativa instabilità degli assetti di governo possa essere surrogata da sistemi elettorali che portino il segno di una forzosa “riduzione della complessità”. Semplicemente, occorrebbe ridare la parola alla politica.

 

[1]    La riduzione da 303 a 225 dei collegi, approvata in commissione, rispondeva a questa esigenza: minimizzare il numero di candidati “primi” nei collegi che, nondimeno, non saranno eletti: un rischio ridotto, ma non del tutto eliminato,  soprattutto se si ipotizza una circoscrizione con un risultato piuttosto omogeneo ed equilibrato nei vari collegi, con un partito primo ovunque, ma con percentuali non molto elevate.

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