Legge elettorale: la mia risposta a Carlo Fusaro

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di Antonio Ruggeri

Sono particolarmente grato all’amico e collega Carlo Fusaro per il tempo e l’attenzione dedicata al mio scritto. Le sue osservazioni sono, come sempre, acute: mi corre, tuttavia, l’obbligo di fugare un equivoco, di sicuro alimentato dalla poca chiarezza della mia esposizione. Io non affermo – mi pare – in nessun punto che “sia costituzionalmente dovuto (in nome della governabilità) garantire l’operatività di un sistema elettorale misto”, vale a dire che sarebbe stato costituzionalizzato (e perciò imposto) un mix (è da vedere poi in che misura) di proporzionale e di maggioritario. Mi sforzo piuttosto di argomentare la tesi secondo cui l’opzione per questo o quel sistema, astrattamente aperta a tutto campo, deve (ed è un dover essere, a un tempo, politico e costituzionale) tener conto del contesto politico-istituzionale in cui si cala ed opera, tentando quindi di coniugare rappresentanza e governabilità (per riprendere i termini cari alla Consulta, che nondimeno richiederebbero non poche precisazioni). È vero perciò che, in merito alla formula, come scrive Fusaro, la Carta non dice “nulla di nulla” ma è anche vero – perlomeno a me pare – che chi inventerà la nuova formula riceve dalla Carta stessa un vincolo teleologico, dovendosi la futura disciplina orientarsi verso i principi suddetti ed apprestarne la ottimale – alle condizioni oggettive di contesto – mediazione e realizzazione.

Ora, nella presente congiuntura, in cui si dà un movimento politico consistente (si dice che potrebbe essere il più votato alla prossima tornata), il 5 stelle, dichiaratamente e direi programmaticamente indisponibile ad entrare in qualsivoglia maggioranza, tornare al proporzionale sarebbe un suicidio, non potendosi in alcun modo dare appagamento al bisogno di governabilità. Governi PD-destra o Governi – come li si chiamava un tempo – di “unità nazionale” possono, infatti, andar bene per gestire l’emergenza, quale quella che ha portato al varo del Governo Monti insediatosi, in un clima confuso, al fine di evitare che il Paese precipitasse nel baratro del default, ma non possono proporsi quali soluzioni politiche di lungo periodo o per gestire, diciamo così, la “normalità”; sono, insomma, Governi che finirebbero col galleggiare e sopravvivere solo per qualche mese.

Credo che su ciò sia difficile non convenire.

Che poi un sistema anche maggioritario (è da vedere in che misura) possa far correre il rischio di consegnare il Paese alla ditta Grillo-Casaleggio è un argomento solo politicamente rilevante (e su questo piano valutabile secondo personali orientamenti). Nel mio scritto, però, ed anche in questa breve replica, posso esprimermi solo nella veste a me più congeniale, quella cioè di studioso del diritto costituzionale: da quest’angolo visuale, a me pare che, per l’ipotesi appena fatta, sarebbe comunque centrato l’obiettivo di assicurare la governabilità (e anche la rappresentanza, laddove il mix dovesse risultare ragionevole).

Se poi mi si obietta che una legge, quale quella da me caldeggiata alla luce del presente contesto, non avrebbe nessuna speranza di essere approvata, ebbene su questo piano non ho argomenti sicuri da far valere; dico solo che quella da me vagheggiata è la legge di cui il Paese ha, nel presente momento storico, bisogno e che perciò la Costituzione, per la lettura che ne do, sollecita. Può darsi che, non riuscendosi a varare alcuna legge e andandosi a votare con le discipline oggi in vigore, quali risultanti dagli interventi chirurgici della Consulta, si determini un clima talmente confuso, di non governo, di ripetute elezioni (ma già la seconda volta credo che i movimenti che hanno fatto del populismo la loro bandiera potrebbero acquistare consensi tali da riuscire ad esprimere un Governo) che alla fine, in una situazione di vera e propria emergenza politico-istituzionale, il Parlamento potrebbe riuscire a varare uno straccio di legge migliore di quelle in atto vigenti.

Nulla ho poi da obiettare alla valutazione secondo cui il proporzionale che ci si prefiggeva di mettere in cantiere prima della rottura sarebbe stato da preferire alle attuali discipline. Temo però che, in un caso e nell’altro, avremmo potuto avere o un domani potremmo avere un clima da paese del Sudamerica… Non so francamente decidermi su quale possa essere il male maggiore.

Sia io che Fusaro, ad ogni buon conto, auspichiamo che venga alla luce un sistema anche maggioritario, con una non secondaria differenza però: che lui – mi par di capire – si orienta in tal senso esclusivamente per una scelta politica che ritiene essere non condizionata dalla Costituzione; io, invece, opto per questo sistema proprio alla luce di un certo modo d’intendere la Costituzione stessa, di vederla (nei suoi principi, se non pure nelle sue regole che, come qui, possono anche fare difetto) aperta all’esperienza e disponibile a farsi da questa “impressionare”, nelle sue più salienti e vigorose tendenze (di sistema politico, appunto): un’esperienza, dunque, che, per la sua parte, concorre a fare ed a rinnovare senza sosta il parametro, caricandolo di significati inusuali in ragione dei più radicati ed avvertiti bisogni emergenti dal corpo sociale.

Insomma (e per chiudere), la Costituzione non è mai “muta”, non lascia mai fino in fondo carta bianca ai governanti di turno perché traducano la loro visione del mondo in atti d’imperio; o, meglio, può anche – come nella materia elettorale – apparire inespressiva, spianando la via alla invenzione di soluzioni organizzative le più varie, ma richiede pur sempre che le stesse si dimostrino idonee a dare appagamento – nella misura maggiore possibile, a seconda del contesto – ai principi fondamentali, nel loro fare “sistema” (una indicazione, questa che fa rimando al “sistema” dei beni costituzionalmente protetti, su cui la giurisprudenza ha, specie negli anni a noi più vicini, ripetutamente insistito, persino in modo martellante: da ultimo, in sent. n. 124 del 2017). È questo ciò che mi sono sforzato di dire nella mia succinta riflessione fatta oggetto del commento di Fusaro, specie laddove ho, per la mia parte, invitato a fermare l’attenzione sulla circostanza per cui, se per un verso il sistema dei partiti può immettersi nel “contenitore” costituzionale e farsi per la sua parte parametro in sede di sindacato sulla disciplina elettorale, per un altro verso quest’ultima ha da dare il suo fattivo concorso per la trasformazione del sistema medesimo, ponendo perciò le condizioni per un accresciuto appagamento dei principi di rappresentanza e di governabilità. Principi tra i quali non vedo – e, forse, su ciò io e Fusaro la pensiamo allo stesso modo – come possa intravedersi un ordine di priorità, se si conviene che, senza il primo, non c’è democrazia e, senza il secondo, non può darsi tutela, nella misura consentita dai tempi, agli interessi dotati di riconoscimento costituzionale, fra i quali anche quelli che danno sia teorico che pratico senso alla democrazia medesima.

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