Il referendum veneto e la sua impugnazione: quello che davvero è inaccettabile

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di Roberto Bin

L’equilibrato commento di Fulvio Cortese non nasconde le difficoltà del ricorso contro il referendum indetto da Zaia. I profili di illegittimità elencati non hanno tutti la stessa possibilità di essere ammessi dal giudice amministrativo, e non sono neppure tutti dello stesso peso giuridico, politico e morale. Sì, anche morale.

Ci sono almeno due profili che rendono la vicenda profondamente indigeribile. Si tratta – si badi – di un referendum che è, dal punto di vista giuridico, perfettamente inutile, come si è avuto già modo di sottolineare in un contributo precedente. Il significato potrà essere politico, un modo per Zaia di mobilitare i cittadini veneti per una battaglia simbolica di colore prettamente leghista, nel segno del rafforzamento di una generica “autonomia”. Ma a parte la mancanza di obiettivi reali, ossia di qualsiasi conseguenza sul piano dell’autonomia da cui loro possano trarre beneficio, qualcuno ha comunicato ai cittadini veneti che questo rito leghista costerà almeno 12 milioni di euro? Sono parte di quelle tasse trattenute in Veneto che Zaia vorrebbe aumentare cercando l’appoggio ideale dei suoi cittadini tramite il referendum. Anche se fosse vinto, il referendum non porterebbe un euro in più nella Regione, ma molti euro risulterebbero sprecati invano.

E poi a che servono tutti questi soldi? Approvando la legge regionale che avviava la proposizione di questo referendum (e di altri quesiti, più marcatamente “indipendisti”,  ma non meno inutili, interdetti però dalla Corte costituzionale), il Consiglio regionale aveva valutato in € 3.950.000 la spesa complessiva, equamente ripartita tra l’esercizio 2015 e quello successivo. Perché oggi ne servono invece più del triplo? Perché la legge 7/2017 ha introdotto una nuova voce di spesa, quella che sostiene finanziariamente le “iniziative volte ad assicurare una corretta comunicazione e informazione della comunità regionale in ordine al quesito referendario e allo svolgimento del referendum”, iniziative “formulate in un apposito piano di comunicazione che viene preventivamente sottoposto al parere della competente commissione consiliare”.

Ecco qual è l’aspetto disgustoso della vicenda: si stanziano 12 milioni (che Zaia ha già detto saranno 14) non per sostenere qualcuna delle politiche sociali per le quali la Regione avrebbe già le competenze (e, come si vede, anche le risorse), ma per una campagna di propaganda politica a favore della Lega e del suo leader: un “piano di comunicazione” proposto da Zaia e sottoposto al parere (consultivo) di un organismo politico di cui Zaia controlla da maggioranza. In questo “piano della comunicazione” ci sarà posto anche per qualche accenno a quali politiche avrebbero potuto essere sostenute con così tanti soldi?

Pochi saranno interessanti a conoscere il mio disgusto, sul piano etico-politico, per chi spreca risorse economiche ingenti per una propaganda di parte, anziché destinarle alle esigenze dei cittadini. Ma, oltre al profilo – appunto – etico, c’è anche quello giuridico: dove sono le garanzie di par condicio nel sostegno della campagna referendaria? Ci saranno spazio e risorse anche per quella parte della cittadinanza veneta che sarebbe interessata piuttosto a vedere finanziato il diritto allo studio (per cui la Regione impegna una cifra di pochissimo superiore) o per la politica della casa?

Qui, come si vede, entrano in gioco i motivi del ricorso al TAR che l’articolo di Cortese elenca nelle lettere C e D: mancanza di qualsiasi garanzia istituzionale sulla correttezza dei quesiti sottoposti a referendum e assenza di regole che garantiscano la correttezza della campagna elettorale. Capiterà forse che il TAR svicoli accampando problemi di giurisdizione del giudice amministrativo. Se così fosse i promotori del ricorso potrebbero promuovere un’azione davanti al giudice civile di accertamento della violazione delle garanzie del loro diritto di voto: non sarebbe forse una di quelle “zone franche” della disciplina elettorale a cui la Corte costituzionale ha inteso estendere le garanzie costituzionali nelle note sentenze sul Porcellum e sull’Italicum? Su una cosa la Corte costituzionale ha indubbiamente ragione: non si può permettere che in Italia i meccanismi della politica e della rappresentanza degradino ai livelli che piacciono a Erdogan. Il Veneto non è la Turchia: la battaglia di Lepanto sarà pur servita a qualcosa!

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