Fare dell’inutile il necessario:
la strana logica del presidente Zaia

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di Roberto Bin
La stampa veneta (vedi Il Mattino di Padova o Il Corriere del Veneto) ha dato grande risalto al dibattito svolto all’Università di Padova tra il presidente del Veneto Luca Zaia e il ministro Enrico Costa. Al centro la questione del referendum deciso dalla regione, di cui già qui si è scritto. Merita riassumere i fatti.

La legge regionale 15/2014 aveva dato il via ad una serie di referendum consultivi diretti a sollecitare un voto popolare favorevole a forme più o meno intense di indipendenza del Veneto. La legge è stata impugnata dallo Stato, e la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionali quattro dei cinque referendum in essa prospettati (vedi il commento di F. Conte), lasciando via libera al più innocuo. In realtà la legge regionale disponeva un percorso diverso, cioè che prima ci fosse un passaggio di trattativa con il Governo: “Il Presidente della Giunta regionale è autorizzato ad instaurare con il Governo un negoziato volto a definire il contenuto di un referendum consultivo finalizzato a conoscere la volontà degli elettori del Veneto circa il conseguimento di ulteriori forme di autonomia della Regione del Veneto”; solo se questo “negoziato” fosse fallito si sarebbe dato luogo ai referendum consultivi.

Un modo curioso di procedere, perché l’art. 116.3 Cost. prevede che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possano essere attribuite alle regioni ordinarie con legge dello Stato frutto di una negoziazione tra il presidente della regione e il Governo; la legge regionale invece invita il presidente a negoziare lo svolgimento di referendum volti esattamente a questo fine, sapere se gli elettori sono d’accordo a che il presidente assuma questa iniziativa. Ma perché il contenuto di questa consultazione deve essere “negoziato” con il Governo, visto che la regione può promuovere tutte le consultazioni che crede, salvo che non contrastino con la Costituzione? E, se contrastano con la Costituzione, può il Governo “promettere” di lasciar correre e non sollevare la questione alla Corte costituzionale?

Insomma le legge disegnava un itinerario obliquo e furbetto, per forzare il Governo a dire qualcosa sull’estensione dell’autonomia veneta ben oltre il limite della Costituzione: per questo gioco metteva sul piatto quasi 4 milioni di euro per finanziarne la spesa, sottratti in massima parte ai “Servizi alle imprese e alla collettività rurale” e agli “Interventi per il diritto allo studio”. Il Governo, com’era ovvio, non stava al gioco e investiva la Corte costituzionale del giudizio di legittimità della legge veneta.

La sent. 118/2015 sbarrava la strada ai referendum più marcatamente “indipendentisti”: diventare una Regione speciale implica infatti una riforma costituzionale (per la quale la Regione potrebbe sicuramente proporre un’iniziativa legislativa, come ora Zaia “minaccia” di fare, se il referendum va bene), mentre modificare le regole sulla finanza regionale – oltre che cozzare con i limiti dei referendum previsti dall’art. 75 Cost. e dallo stesso Statuto regionale – andrebbe contro numerose regole legislative e importanti principi costituzionali. L’unico quesito che passa è banale: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. La Corte non oppone alcun limite, salvo quello – sottinteso – del buon senso. Dice la Corte: il referendum non si sovrappone alla procedura indicata dall’art. 116 Cost., perché la consultazione “si colloca in una fase anteriore ed esterna” rispetto ad esso. Insomma, la procedura (approvazione di una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, con voto favorevole delle Camere a maggioranza assoluta dei propri componenti e sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione stessa) non è modificata dal referendum previsto, che perciò darebbe solo un’indicazione politica al presidente della regione se attivarla oppure no. Giuridicamente sarebbe perfettamente inutile! Ma quello che potrebbe produrre è un risultato politico, in caso di un massiccio voto favorevole. Ed è proprio quello che Zaia vuole ottenere.

Discutendo con il ministro Costa lo ha detto apertamente. Vi è stata una singolare inversione dei ruoli: il ministro sollecitava con insistenza l’avvio dei negoziati, ma Zaia rispondeva no, prima bisogna fare il referendum! Ma come, un referendum per sapere se il presidente deve fare quello che vuole e può già fare? Certo – dice Zaia – perché se avvio la trattativa, poi che senso ha fare il referendum per sentirmi dire che devo avviare la trattativa? Certo, trattandosi di un referendum inutile, è una conclusione coerente. Per dare un qualche sostegno al suo ragionamento, Zaia cerca di farsi forte delle stesse argomentazioni della Corte costituzionale: il referendum dovrebbe stare in una fase “anteriore e esterna”, il che significa che bisogna necessariamente farlo prima dell’avvio della trattativa. Ma la Corte usa quella espressione solo per dire che il referendum non influisce giuridicamente sulla procedura prevista dalla Costituzione, non ci sarebbe qualche ostacolo giuridico per farlo dopo o durante: perché giuridicamente non serve a niente! Ma quello che a Zaia interessa non è il risultato giuridico, cioè le maggiori competenze, ma quello politico di una mobilitazione elettorale che faccia montare la pressione autonomistica della sua Regione.

È un gioco politico che però costa. Il pdl 192, proposto dalla Giunta e appena licenziato dalla Commissione, stanzia 12 milioni per sostenerne la spesa, ma Zaia parla di 14 milioni. Caro come gioco, che però non corrisponde alla spesa necessaria allo svolgimento di una consultazione elettorale (non era quotata 4 milioni scarsi dalla legge del 2014?), ma a qualcosa di molto più costoso. La legge attualmente in approvazione istituisce infatti una nuova voce di spesa, dal titolo “Campagna informativa”, in cui si prevede che “La Giunta regionale, è autorizzata ad attivare, nel rispetto della vigente normativa in materia, iniziative volte ad assicurare una corretta comunicazione e informazione della comunità regionale in ordine al quesito referendario e allo svolgimento del referendum”. Ecco dove andranno gli 8 (o 10) milioni di differenza, in campagna di propaganda politica.

Si tenga presente che l’ostacolo più difficile per le trattative con il Governo è legato al finanziamento delle competenze che dovrebbero passare alla regione. Come le regioni speciali del nord e le Province autonome, di cui il Veneto aspirerebbe a diventare parte, ben sanno, la partita delle competenze è sempre legata alla partita finanziaria: tu eviti tagli finanziari assumendo maggiori compiti (l’Università per la Provincia di Trento, la spesa sanitaria per il Friuli-Venezia Giulia ecc.) e se lo Stato vuole che tu assuma nuove funzioni chiedi che esse siano “coperte” finanziariamente. I 14 milioni che si vorrebbero sprecati in una consultazione elettorale inutile e anche così poco sentita da aver bisogno di un pesante supporto propagandistico per poter avere un buon esito, potrebbero assai più utilmente esser messi sul tavolo delle trattative. Se stornati al sostegno del diritto allo studio, farebbe quasi raddoppiare lo stanziamento di bilancio previsto per il 2017 (16,9 milioni); oppure potrebbero aumentare di 2/3 l’investimento regionale nell’edilizia abitativa e nell’assetto del territorio (22,8 milioni). La cifra corrisponderebbe a circa 450 assegni di ricerca, quanto basterebbe a “regionalizzare” una politica della ricerca universitaria a favore dei tre Atenei veneti: cinquanta assegni per tre anni per ciascuno di essi, un miraggio! E invece saranno sprecati in una propaganda politica di retroguardia che fa dell’autonomia una bandiera senza alcun contenuto. Chissà se di ciò saranno debitamente informati i cittadini veneti nella costosa campagna elettorale?

 

 

 

 

 

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