Il dopo voto? Irrealistico escludere un accordo di maggioranza tra forze politiche diverse

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di Antonio D’Andrea

Quando, prima del voto del 4 dicembre 2016, si è insistito sulla necessità di recuperare la razionalità e, ancor prima, la logica del sistema di governo parlamentare, artificiosamente contraddette dalla combinazione tra la riforma costituzionale avanzata dal Governo Renzi (che prevedeva una sola Camera politica, quella dei deputati) e la nuova legge elettorale – il c.d italicum – che comunque prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza ad una sola lista, si toccava, a mio avviso, un aspetto cruciale della complessiva riforma istituzionale promossa in questa legislatura dal PD e dalla sua variegata ed estemporanea maggioranza parlamentare.
Si sosteneva che, in realtà, si sarebbe voluto introdurre e comunque si sarebbe introdotta nel nostro ordinamento una surrettizzia elezione diretta del Premier accompagnata da una “servizievole” maggioranza di deputati che avrebbe pure potuto sfiduciarlo nel corso della legislatura ma che, per i congegni proposti, nasceva da subito al traino del “capo della forza politica” che, arrivando prima nella competizione elettorale, “vinceva” il premio dei seggi messi in palio! Il capo-Premier avrebbe pertanto governato il Paese senza dover, almeno inizialmente, patteggiare niente con nessuno a partire dai “suoi” ministri. Tutto in effetti si sarebbe potuto ricondurre al Premier-“capo formalizzato” del partito vittorioso e, come veniva detto dai fautori della riforma, tutto sarebbe stato risolto una volta concluse le operazioni elettorali, aperte le urne e contate le schede magari dopo il “ballottaggio nazionale” tra le due liste maggiori (ove non fosse stato aggiudicato il premio in occasione del primo turno di votazione).

La contrarietà di ordine costituzionale a questo disegno, espressa ancora prima che la Corte costituzionale annullasse con la sentenza n. 35/2017 il secondo turno di “ballottaggio nazionale”, era stata motivata, a mio avviso giustamente, sostenendo che un sistema parlamentare -come sarebbe restato solo nella forma il nostro- non può contemplare l’esatta individuazione da parte del corpo elettorale della leadership del Governo ma soprattutto non può, pur di ottenere quell’esito, snaturare la rappresentanza politico-parlamentare attribuendo un surplus di seggi in una competizione elettorale di impostazione proporzionale “compromessa” dall’attribuzione di un premio sempre e comunque ad una lista vincitrice in un caso (primo turno) e nell’altro (secondo turno).

Se si osserva la cronaca di questi ultimi giorni di campagna elettorale viene da chiedersi che fine abbiano fatto questi argomenti “forti” -il mio amico Roberto Bin mi scuserà se insisto sul punto che non lo ha mai convinto ma che personalmente considero essenziale- se tutte le forze politiche che hanno militato nel fronte del “no” all’impostazione riformatrice renziana si dichiarano, a distanza di poco più di un anno, indisponibili per principio ad aprire una trattativa tra loro dopo il voto per cercare di definire una maggioranza e conseguentemente dare vita ad un Governo in grado di essere sostenuto dal voto di fiducia di Camera e Senato (nel frattempo recuperato al suo paritario ruolo politico). Come appunto accade nei sistemi parlamentari ove nessun partito possa governare in solitudine per insufficienza della propria forza parlamentare (Germania docet).

Non è sensato perciò dimenticare che se nessuna forza politica e se nessuna coalizione prelettorale (pure assurdamente consentite dalle nuove regole elettorali al solo fine di penalizzare strumentalmente il risultato di qualche forza politica nei collegi uninominale che costituiscono un terzo dei seggi messi in palio nelle elezioni parlamentari) potrà contare su un numero autosufficiente di deputati e senatori, è del tutto naturale che il Governo possa egualmente legittimamente nascere in conseguenza di un accordo post-elettorale che ricadrebbe nella piena responsabilità (e disponibilità nel nostro attuale sistema costituzionale) delle forze politiche il cui peso elettorale sarebbe, in definitiva, determinato liberamente dal corpo elettorale (a parte il travaso di voti della lista che non superando lo sbarramento del 3%, ottiene l’1% che cede al partito “forte” con il quale è coalizzato e che in qualche modo lo ripagherà).

È inevitabile probabilmente che in questa fase ciascuna forza politica (anche quelle che stanno nelle “finte” coalizioni) ottimizzi la ricerca del consenso con iniziative e argomenti propagandistici in grado di sollecitare i potenziali elettori a sostenere la propria proposta programmatica e financo la propria poco realistica leadership governativa ma è davvero poco produttivo -persino disdicevole se si valuta la evidente contraddittorietà rispetto a quanto sostenuto in occasione della recentissima vicenda referendaria che ha comunque diviso il Paese e visto prevalere il sistema vigente- sbandierare ai quattro venti che nessuna alleanza post-elettorale potrà concretizzarsi anche qualora il voto popolare richiederà inevitabilmente una tale assunzione di responsabilità istituzionale.

È evidente che potrebbero non esserci le condizioni di fatto per concludere un accordo di maggioranza tra le diverse forze politiche ma è davvero irrispettoso della logica costituzionale che pure è stata difesa con successo il 4 dicembre 2016, escludere, in linea di principio, che ciò possa accadere. A meno di mentire spudoratamente su questo punto. Se così fosse, in ogni caso, sarebbe l’ennesima dimostrazione di dovere fare i conti con un sistema politico più irresponsabile che atrofizzato destinato oggettivamente a regalare ulteriori spazi a quanti spingono per soluzioni ordinamentali che possano facilitare l’individuazione di un capo chiamato ad operare senza troppi impacci di provenienza elettoral-parlamentare. Ha ragione a questo proposito Renzi nel ricordare che stante quel che si dice con sicumera da parte degli attori politici, in fondo, si sta rivalutando il disegno costituzionale rigettato; mi dispiace ma, vada come vada il 4 marzo, riterrei questa “riabilitazione postuma” l’aspetto più negativo e preoccupante della sgangherata campagna elettorale che sta per concludersi.

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Un commento su “Il dopo voto? Irrealistico escludere un accordo di maggioranza tra forze politiche diverse

  1. Condivido gran parte dell’analisi del prof. D’Andrea. Aggiungerei un punto importante che si è perso con l’abitudine ormai secolare di opporre sistemi elettorali proporzionali e maggioritari, una contrapposizione più di scienze politiche, fattuale, di potere, che di diritto costituzionale. Il difetto delle leggi elettorali ultime è di pretendere creare, o meno, una maggioranza artificiale di lista, anzi: di lista bloccata. Si sostituisce la selezione elettorale individuale, comunque indispensabile, con un voto di lista rigida stabilita da pochi uomini che pretendono controllare le candidature, decidere l’ordine di elezione e comandare i rappresentanti eletti. L’anello debole della soluzione è la soppressione del diritto di scelta individuale. La negazione della libera scelta non riguarda solo gli elettori, ma anche gli eletti, legati, finora solo di fatto (attraverso la lista bloccata), da un vincolo di partito. Non a caso sia FI sia il M5S promuovono nel loro programma elettorale l’abolizione del libero mandato e la sua sostituzione con un mandato di partito (di Kelseniana memoria, 1945). Le riforme elettorali e costituzionali (Porcellum 2005, referendum costituzionale 2006, Consulta 1/2004, Italicum 2005, referendum 2016, Consulta 35/2017, Rosatellum 2017) commettono tutte lo stesso errore: pretendono risolvere con forzature della normativa elettorale per il Parlamento (indicazione del premier o del capo formazione, voto di lista bloccata, premio di maggioranza, ballottaggio di lista, uninominale congiunto), costituzionalmente discutibili, il problema della coesione, stabilità, efficienza e autorevolezza del governo. Il prezzo da pagare, come la Corte costituzionale ha giustamente rilevato distinguendo due logiche diverse, è la negazione della logica parlamentare che consiste nell’elezione libera di rappresentanti liberi da parte dei cittadini e da loro solo. L’unico metodo coerente per rinforzare l’esecutivo credibilmente (efficacemente e costituzionalmente) consisterebbe in una revisione delle regole che lo riguardano direttamente: poteri del primo ministro nei confronti degli altri membri del governo, prerogative del governo nella procedura parlamentare (previste nel progetto di revisione Renzi-Boschi), sfiducia costruttiva (D), irremovibilità di massima (del capo) dell’esecutivo, con (USA, F) o senza (CH) l’elezione diretta, e non delle limitazioni della libertà degli elettori ingannai con l’illusione di una scelta diretta del primo ministro e dei Parlamentari degradati ad agenti del loro partito.
    https://www.academia.edu/33331644/La_garanzia_dei_diritti_elettorali_fondamentali.

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