La strana storia del “decreto crescita”

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di Giovanni Di Cosimo

Il decreto cosiddetto crescita approvato ieri sera ha una caratteristica davvero singolare. Il comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 56 recita che il Governo “ha approvato, in seconda deliberazione, un decreto-legge che introduce misure urgenti per la crescita economica ed interventi in settori industriali in crisi”. E infatti, stando alla versione che circola in queste ore, nelle premesse del testo entrato in Consiglio dei ministri si fa riferimento a una deliberazione adottata in due riunioni, quella del 4 aprile e quella del 23 aprile.

La prima volta il decreto era stato approvato con la clausola “salvo intese”, il che significa che era stato raggiunto un accordo di massima ma che occorreva ancora definirne nel dettaglio i contenuti. La formula “salvo intese” è piuttosto discutibile perché la Costituzione stabilisce che i decreti legge sono atti adottati in casi straordinari di necessità e urgenza e dunque devono essere atti immediatamente operativi (“provvedimenti” li definisce l’art. 77) allo scopo di affrontare l’emergenza. Ciò non accade con il “salva intese” perché, dopo la deliberazione del Consiglio dei ministri, passa altro tempo, in genere pochi giorni, necessario per precisarne i contenuti, e solo dopo quest’opera di limatura il decreto viene emanato. Tuttavia, per quanto discutibile, la formula è invalsa nella prassi dell’azione governativa.

Ma nel caso del cosiddetto decreto crescita c’è di più (e peggio). La limatura è evidentemente risultata ancor più difficoltosa del solito, tanto che il decreto non è stato poi portato alla firma del Presidente della Repubblica proprio a causa di contrasti fra i due partiti della maggioranza. Trascorso un lasso di tempo ormai imbarazzante, sembra su sollecitazione del Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio ha dunque deciso un secondo passaggio in Consiglio dei ministri. Sicché siamo in presenza di una singolare creatura, un decreto deliberato due volte.

Non è ancora chiaro se la seconda deliberazione abbia consentito di appianare davvero i contrasti fra i due partiti. Vedremo come evolverà la situazione.

Quel che è certo è che se il 4 aprile era necessario e urgente provvedere, il decreto avrebbe dovuto essere emanato in quel momento. Dopo quasi venti giorni si può ritenere che sia coerente con l’art. 77 della Costituzione deliberarlo una seconda volta? Delle due l’una: o era urgente provvedere il 4 aprile oppure il 23 aprile, non può esserlo in entrambe le date.

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