La Costituzione terra di nessuno– Più di una ragione per il No

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di Claudio Tani

Era un’epoca in cui “ci si sbracciava per gente dappoco e non si faceva attenzione a uomini di valore; succedeva che degli stupidi fossero considerati capi, e dei grandi ingegni nient’altro che originali”, “uomini che prima erano soltanto a capo di piccole sètte sono ora riconosciute celebrità”. Così rifletteva Ulrich (R. Musil, L’uomo senza qualità, ed. Torino, 1996, 60).  Forse, pur nella diversità di epoche, Musil, senza farlo troppo attuale e collocandolo nella giusta prospettiva di un classico tedesco, potrebbe essere ancora di aiuto per capire quale rotta da qualche anno ha preso la politica.

La riforma della Costituzione per cui siamo chiamati al voto il 20 settembre è una dimostrazione della razionale constatazione di Ulrich. Siamo passati dal bi-partitismo al bi-polarismo imperfetti e ora è l’epoca del bi-populismo imperfetto e in questo climate change della politica dovremmo farcene una ragione.

Quando si interviene sulla parte della Costituzione riguardante la rappresentanza politica non si interviene soltanto su un mezzo tecnico da oliare per renderlo più efficiente, ma si va al cuore “politico”, alle fondamenta dello stato democratico e pluralista. E’ avvilente assistere alla riduzione propagandistica della questione allo specchietto populista e reazionario del “taglio” dei parlamentari, per accecare un’opinione pubblica aizzata contro la “casta”, anzi solo contro quella parte espressione diretta della sovranità popolare.

Il vero problema della riforma degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione non è di efficientismo e non sta nei numeri, ma nella filosofia che ne è alla base, è contemporaneamente ideologico e politico, perché riguarda la conservazione di un sistema democratico. Ben a ragione è stato avvertito che il problema più allarmante è che per gli ideologi della riforma “il Parlamento come luogo della rappresentanza politica sia destinato a scomparire, sostituito dal plebiscito del momento” e a questo fine sono approntati sistemi come la Rete, la Connessione, Rousseau, ossia “mezzi tecnici per mandare in soffitta i sistemi rappresentativi” (A. Mangia, il sussidiario.net 04/09/2019 e 01/09/2020)

Il risparmio economico, la funzionalità rinnovata, l’integrazione con la democrazia diretta sono, è vero, solo miraggi, ma da non sottovalutare perché sono gli argomenti presentati con saccenteria per illudere che la Rete sia il luogo privilegiato della rappresentanza, il porto sicuro in cui i naufraghi della democrazia rappresentativa troverebbero finalmente accoglienza, illusi di contare nelle decisioni politiche. Nell’ordalia della Rete però l’approdo spesso è la denigrazione della democrazia rappresentativa e quindi l’astensionismo.

La filosofia che sostiene la riforma è che le scelte politiche avranno un’origine tecnocratica e mirata all’“efficienza” (la democrazia decidente) e la rete sarà uno strumento saldamente in mano al “governo tecnico” del momento, formula che periodicamente compare sulla scena per trasferire il potere dalla sfera politica a quella economica, per gestire il passaggio di potere dai parlamenti al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie sempre più ristrette. I grandi feticci della contemporaneità, i giganti padroni della rete, le agenzie di rating che determinano la sorte di intere nazioni valgono più di qualsiasi parlamento.

L’11 gennaio 1853 il Times aveva salutato la nascita in Inghilterra del gabinetto “tecnico” Aberdeen come una svolta moderna: “Stiamo per entrare nel “millennio politico”, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire dalla terra e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici”. Karl Marx dalle colonne del New York Tribune, il 28 gennaio 1853, poneva la questione politica: “Ci viene promessa, in questo millennio, la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi, la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?” (K. Marx – F. Engels, Opere Complete, vol. 11, p.486-491, Roma,1982). Insomma, anche qui senza renderlo troppo attuale – Marx scriveva allora in difesa delle nuove classi fondamentali della modernità della sua epoca, la ormai adulta borghesia industriale e la classe operaia e i loro partiti politici, contro le “cricche aristocratiche” – ancora una volta niente di nuovo sotto il sole.

Ma è forse per caso che mentre si discute nientemeno che di riforma della rappresentanza tutti tacciono sull’art.49 e sulla legge sui partiti? La risposta ovvia è che non serve perdere tempo a regolare l’inutile.

Fatto sta che la politica è sempre meno nei parlamenti e si è trasferita, armi e bagagli, nelle oligarchie del mercato, avviata su una parabola discendente verso un ordine in cui le determinanti non saranno il principio di rappresentanza, il suffragio universale, l’uguaglianza politica, giuridica e sociale, la separazione dei poteri fondata su un ordine costituzionale garantito. Insomma, scacco matto allo Stato di diritto.

I poteri economici, liberati dal controllo dello stato, lasceranno a questo solo la gestione dell’ordine pubblico, sempre più complessa a causa di una situazione sociale aggravata, i servizi di formale garanzia di diritti fondamentali (sanità e istruzione, salvo estendere il sistema di sussidiarietà affidato alle convenienze del terzo settore) e la raccolta del gettito fiscale, scavando su una base imponibile sempre più impoverita.

Insomma se la posta in gioco non è tecnica, ma politica, ossia la ridefinizione, o la sfigurazione, della rappresentanza politica e le ragioni della sua crisi, si deve essere onesti e non limitarsi al solito provincialismo degli schemi comparativi e delle graduatorie del rapporto percentuale tra elettorato ed eletti in altri paesi.

E non si può usare neanche il bilancino del farmacista, mettendo su un piatto i motivi “tecnici” del sì e sull’altro quelli del no, per arrivare a concludere che in fondo si equivalgono e quindi confessare, con dissimulato candore, di sentirsi come l’asino di Buridano che muore di fame non potendosi decidere alla scelta per mancanza di un elemento determinante.

Ma nel voto del 20 settembre l’elemento determinante è grande come una casa ed è il tentativo di restringere i canali ricettori della rappresentanza politica attraverso i quali i bisogni incompatibili con la logica del mercato entrano nelle sedi decisionali dello stato. E’ un errore ritenere che la riduzione dei parlamentari sia compensata dalla diffusione delle assemblee locali, perché queste sono sedi amministrative, non politiche. E non potranno essere le Regioni a compensare la menomazione della rappresentanza politica nazionale.

Dopo Maastricht e dopo la riforma costituzionale del 2012, se si approverà la riforma si accelererà il trasferimento del potere fuori dal legislativo e la sua concentrazione nell’esecutivo. E nei trattati, a dispetto dei sovranisti di varia tendenza. Giuseppe Guarino d’altronde ci aveva già avvisati che lo studio della nostra Costituzione avrebbe dovuto prendere le mosse non più dal testo del 1948, ma da quello dei trattati europei (G. Guarino, Verso l’Europa, ovvero la fine della politica, Milano, 1997).

Se vincerà il sì, avremo fatto un altro passo verso la riduzione della democrazia che era disponibile prima che iniziasse il progressivo trasferimento di potere dalla politica al mercato e la progressiva degradazione dei diritti sociali a vaghe enunciazioni di principio per legislazioni future.      

Ogni sistema costituzionale è conseguente a una storia propria, che non può essere dispersa nel modernismo revisionista, nel “nuovismo” e nelle scorribande della critica dissolvitrice che da circa trent’anni si abbatte sulle nostre istituzioni rappresentative, complici schiere di politologi con la loro smodata enfasi mistificatrice della “retorica delle riforme”, mirata artatamente a delegittimare la Costituzione.

Lo Stato di diritto è sottoposto da troppo tempo a continui stress test (R. Bin, Lo Stato di diritto, Bologna, 2017) e la sua capacità di resistenza manifesta sintomi di stanchezza sempre più evidenti. La logica delle riforme costituzionali come scambio e autolegittimazione della classe politica ha superato il livello di guardia.

Poi ci sono i contrari, che però invitano a votare Sì perché meglio questo che niente e perché sennò cade il Governo, e i favorevoli, ma che invitano a votare No perché non basta e perché gli hanno copiato il brevetto e comunque va bene così per farlo cadere il Governo! Appunto. E’ la dirigenza politica di oggi. Come direbbe il Duca di Mantova “mobile qual piuma al vento”“è sempre misero chi a lei si affida”.  

 

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