Taglio dei parlamentari, rappresentanza e rappresentatività: forse c’è un equivoco

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di Alessandro Morelli

Si discute molto, in questa concitata campagna referendaria, di rappresentanza e di rappresentatività. Costituzionalisti e opinionisti vari esprimono idee differenti sull’incidenza che il taglio del numero dei parlamentari avrebbe sul rapporto tra rappresentati e rappresentanti e sulla capacità di questi ultimi di farsi interpreti fedeli degli interessi e della volontà dei primi. Sembra, tuttavia, che nel dibattito si tenda a fare riferimento a cose diverse, quando si usano i termini “rappresentanza” e “rappresentatività”.

La rappresentanza politica è un concetto giuridico, prescrittivo: è un attributo convenzionalmente legato agli organi che si formano attraverso il meccanismo delle elezioni. Per Hans Kelsen era una finzione, ma una finzione necessaria al funzionamento di una democrazia di grandi dimensioni (che realisticamente non può svilupparsi in modo esclusivamente “diretto”).

La rappresentanza politica implica, quindi, un dover essere: i rappresentanti devono rappresentare i propri elettori. La nostra Costituzione, all’articolo 67, dice, in verità, che ciascun membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato, ma ciò non significa che il rappresentante non debba tener conto della volontà dei propri elettori, perché questa disposizione va letta insieme a tutte le altre della Costituzione: all’articolo 1, a norma del quale la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione; all’articolo 49, secondo il quale tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale; agli articoli 56 e 57, che prevedono che i deputati e i senatori siano eletti a suffragio universale e diretto, e così via. Il riferimento alla nazione va quindi inteso come un richiamo all’interesse generale della collettività che deve essere rappresentato e perseguito dai parlamentari.

La rappresentatività è, invece, un concetto politologico, che indica la capacità dei rappresentanti di tradurre le istanze dei propri elettori. Siamo, dunque, sul piano dell’essere, dell’effettività. La rappresentatività dipende dalla capacità dei rappresentanti di rendere presente ciò che è assente: in questo caso, la volontà di chi li ha scelti.

La rappresentanza senza rappresentatività è priva di effettività, diceva Temistocle Martines. Rischia di tramutarsi in un guscio vuoto, inutile per la democrazia.

Venendo al taglio del numero dei parlamentari, la questione è la seguente: i rappresentanti superstiti dovranno continuare a rappresentare l’interesse generale della collettività, tenendo conto degli interessi di tutti (e qui siamo sul piano della rappresentanza), ma ci riusciranno effettivamente, considerato il loro numero ridotto e l’elevatissimo numero e l’eterogeneità dei rappresentati (e qui siamo sul piano della rappresentatività)?

Ecco, alla fine il referendum ci chiede di scommettere sull’effettività della rappresentanza politica. Un’effettività già messa in crisi da tanti fattori, ma che potrebbe ridursi ulteriormente con un taglio drastico dei rappresentanti.  

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