La risposta dell’UE alla guerra in Ucraina: protagonismo geopolitico velleitario o autentica conversione?

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di Andrea Guazzarotti

Dopo aver sfiorato l’Hamiltonian moment con il NGEU adottato dall’UE per reagire alla crisi pandemica, la guerra in Ucraina sta offrendo all’UE un’altra – tragica – occasione per costruire sulle crisi un’integrazione federale, come confusamente auspicato dai “Padri fondatori” delle Comunità progenitrici dell’attuale Unione. La Commissione, per bocca del Commissario europeo all’economia Gentiloni, ha affermato l’intenzione di prorogare ulteriormente la sospensione del famigerato Patto di stabilità e crescita proprio al fine di fronteggiare le conseguenze economiche della guerra in corso. Il che, per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato e ciononostante in timida ripresa, dovrebbe essere una buona notizia.

Potrebbe apparire cinico vedere nella sanguinosa guerra in corso un’occasione positiva per l’economia degli Stati dell’UE, specie per quelli legati ai più stringenti vincoli dell’Eurozona; tuttavia, non va dimenticato l’incredibile potenziale geopolitico e, soprattutto, geoeconomico che la guerra ha avuto nel recente passato.

La gestione economicamente punitiva della vittoria dei Paesi alleati nella Prima guerra mondiale ha gettato i semi del male da cui sbocciò la creatura mostruosa del nazismo in Germania, come tragicamente previsto da Keynes ne “Le conseguenze economiche della pace” del 1919. La gestione della vittoria riportata nella Seconda guerra mondiale evitò quell’errore fatale e condusse gli Stati Uniti a inondare di sovvenzioni la gracile economia europea. Ma questo non si produsse per mera lungimiranza degli USA, i quali, fra l’altro, avevano nel frattempo perduto il loro Presidente “keynesiano”, F.D. Roosevelt. Ciò si produsse anche e soprattutto per la controspinta geoeconomica provocata dall’espansione dell’Unione sovietica: come sembra abbia affermato il generale americano Clay nel 1947, dopo aver letto il rapporto sulla Germania, «non vi è scelta fra l’essere comunisti con 1.500 calorie giornaliere e il credere nella democrazia con un migliaio.»

Ebbene, allargando lo sguardo all’intero processo che determinò la quarta ondata di espansione del capitalismo nel mondo, senza la minaccia del nemico sovietico, i grandi capitali privati USA difficilmente avrebbero accettato di invadere il mondo di dollari e di accollarsi le non facili conseguenze di una politica economica stabilmente espansiva (Arrighi, p. 360). Si può discutere su quanto quella minaccia fosse stata ingigantita e creata ad arte, o quanto essa fosse reale; sta di fatto che le istituzioni di Bretton Woods funzionarono durante i c.d. “Trenta gloriosi” grazie all’esigenza degli USA, e dei capitalisti occidentali in genere, di contrastare il modello alternativo del socialismo nell’U.R.S.S. La guerra fredda, per quanto angosciosa poteva essere la minaccia del conflitto nucleare, ha coinciso con l’affermarsi delle socialdemocrazie europee e con un certo grado di potere economico delle classi meno abbienti negli stessi USA.

Ma anche dopo la rivincita del capitale e la svolta neoliberista di Reagan, il sistema economico globale ha continuato a reggersi su tendenze espansive dell’economia USA: Reagan, lungi dal ridurre il debito pubblico, lo ha ampliato, ovviamente reindirizzando la spesa pubblica su obiettivi diversi da quelli redistributivi, in particolare verso le spese di guerra.

L’Unione europea esibisce una caratteristica unica, che nessuno Stato con ambizioni e responsabilità geopolitiche potrebbe permettersi: l’obbligo del pareggio di bilancio. A ciò si aggiunge l’unanimità per l’approvazione del bilancio e il divieto per la Banca centrale europea di monetizzare il debito pubblico. Con questi vincoli, gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, non avrebbero mai potuto stabilizzare il capitalismo globale e reagire alla sfida del socialismo sovietico.

L’attuale Presidente della Commissione europea ha dichiarato orgogliosamente che l’UE finanzierà per la prima volta l’acquisto e la cessione di armi a un Paese sotto attacco. Come influirà questa voglia di protagonismo militare sul ruolo geopolitico dell’UE? Come potrà la fragilissima architettura fiscale e di bilancio dell’UE supportare simili ambizioni? Quale sarà il ruolo che assumerà la politica monetaria in tutto questo?

Negli USA, i consistenti aumenti di spese militari vengono approvati in modo eccezionalmente bipartisan dal Congresso, anche per il fatto che per tali spese non c’è praticamente bisogno di copertura, visto che si finanziano a debito, con il fiancheggiamento della Fed (Kelton, p. 373s.).

Come troveremo, nell’UE, quello spirito bipartisan, quando a contrapporsi non saranno due grandi partiti uniti da un comune patriottismo, bensì Francia e Germania?

Immagine La Repubblica
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