Votazioni a distanza: chi deve andarsene?

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di Roberto Bin

La notizia ANSA, ripresa da molti quotidiani (per esempio da Il fatto quotidiano del 26 maggio) desta davvero stupore e un certo disagio. Sensazioni che si rafforzano leggendo la comunicazione del Presidente Brescia alla 1^ Commissione, che aveva iniziato l’esame del problema della legge sul voto a distanza. Qual è il nodo? Che nel corso di “interlocuzioni informali” con funzionari del Ministero degli interni – le citazioni che seguono sono della comunicazione di Brescia, in cui traspare esplicito il suo disagio – sono emersi “criticità e problematiche” per cui “il Ministero appare contrario a far «viaggiare» le schede elettorali, dal comune di residenza a quello di temporaneo domicilio e viceversa”, parendo loro molto più semplice far viaggiare gli elettori; e ciò “sebbene sia stato fatto comunque presente che gli italiani all’estero votano per corrispondenza”.

La proposta di legge riguarda solo le imminenti elezioni regionali in Calabria e le elezioni comunali (cfr. Il voto è un diritto, anche a distanza).

Quanto alle elezioni regionali, “le perplessità del Governo appaiono legate a una certa invasività a livello costituzionale della norma proposta”  in relazione, sembra di capire, con le prerogative regionali in materia di legislazione elettorale (infatti si ventila l’ipotesi che la Commissione inviti in audizione la Conferenza delle Regioni). Quanto alle elezioni comunali, invece, è stato rilevato “come l’alto numero di comuni coinvolti in ogni elezione moltiplicherebbe i punti di partenza ed arrivo delle schede e complicherebbe la loro circolazione, comunque osteggiata dal Viminale. Inoltre i termini ristretti per la conclusione del contenzioso endoprocedimentale impedirebbero ogni soluzione al riguardo. E’ stata poi sollevata la possibile riconoscibilità del voto nei casi in cui un solo elettore fuorisede votasse per il proprio comune e si sono inoltre prospettati rischi su possibili ritardi nello spoglio delle schede”.

Le perplessità legate alle competenze regionali in materia elettorale sono del tutto infondate, e rivelano una buona dose di ignoranza del diritto regionale in chi le ventila: ma su ciò sono già intervenuto in precedenza (Chi ha paura della democrazia?): e non meriterebbe dire di più se non per sottolineare quanto sia curioso che proprio il Viminale si erga a paladino dell’autonomia delle Regioni.

Per quanto invece riguarda le elezioni locali, i funzionari degli Interni – guidati dal sottosegretario Scalfarotto – sembra abbiano sollevato “problemi tecnici «insormontabili» per poter attuare questa legge anche se fosse approvata dal Parlamento” (questa citazione è tratta dal comunicato ANSA del 25 maggio, che ci informa che alla riunione erano presenti per il ministero dell’Interno il sottosegretario Scalfarotto e tre funzionari, e per la Commissione il presidente Giuseppe Brescia (M5s), relatore al ddl, Marianna Madia (Pd), Federico Fornaro (Leu), Riccardo Magi (+Europa) e Igor Iezzi (Lega). Si noti: stiamo parlando di un progetto di legge che deve ancora passare l’esame parlamentare, per cui tutte le modifiche necessarie e gli adattamenti opportuni sono possibili se si ha la volontà politica di raggiungere il risultato: facilitare l’esercizio del diritto di voto. Invece di cercare le soluzioni utili per far sì che anche in Italia sia possibile una modalità di voto che è prevista in mezzo mondo e che già adesso i nostri residenti all’estero possono utilizzare, il Viminale – ci informa l’ANSA – “ha fatto presente di avere problemi logistici «insormontabili» a movimentare le schede dalle città in cui i fuorisede votano alla regione o ai comuni di origine. Se il Parlamento avesse tentato di forzare la mano al ministero approvando la legge, avrebbe rischiato «di mandare a monte le elezioni» ha detto Scalfarotto”. Già, si pensi che se solo un elettore si presentasse a votare per un determinato comune in una determinata prefettura, la sua scheda sarebbe riconoscibile! Meglio impedirgli di esercitare il suo voto, è ovvio! Naturalmente un ipotesi del genere potrebbe accadere anche in qualche sperduto comune di montagna: lì veramente non ci sarebbe nulla da fare, mentre per il voto a distanza vi sarebbero sicuramente molte soluzioni possibili. Per esempio si potrebbe prevedere in legge, trattandosi di elezioni regionali, un collegio regionale unico in cui tutte le schede votate a distanza potrebbero confluire, essendo sottoposte a uno scrutinio che avrebbe tutti i crismi della regolarità e della segretezza. No, la risposta dei burocrati, e del sottosegretario che ne prende le parti è: non si può fare!

Se un burocrate dice all’organo parlamentare che sta preparando una legge che vi sono “problemi insormontabili” viene meno al suo ruolo e alla sua funzione, che è – appunto – rendere le leggi applicabili, non di opporre “ostacoli” che lui dovrebbe sormontare e minacciare l’annullamento delle elezioni. Se un funzionario viene meno alla sua funzione andrebbe rimosso. E se un sottosegretario, che rappresenta la guida politica di un governo parlamentare, difende quell’atteggiamento della “sua” burocrazia, andrebbe anche lui rimosso. E se i parlamentari accettassero questo condizionamento della loro attività principale – fare leggi che risolvono problemi – andrebbero anch’essi rimossi. In somma, ci sono problemi veri, seri e urgenti: il compito del legislatore “politico” è di risolverli attraverso una legge; e il compito del funzionario ministeriale è di suggerire ogni via attraverso cui i problemi potrebbero essere risolti in base alla legge. Da questo percorso non si può deviare, perché è scritto in Costituzione – se solo si è capaci di leggerla! La questione del voto a distanza per le elezioni calabresi non è il problema cruciale della Repubblica italiana, è probabile: ma il rispetto del quadro dei rapporti tra le istituzioni tracciato dalla Costituzione, sicuramente lo è.

 

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Un commento su “Votazioni a distanza: chi deve andarsene?

  1. E’ il paradigma della difficoltà di fare riforme in Italia. Ma non impossibilità. Non sono convinto dell’utilità di rimuovere funzionari, sottosegretari e parlamentari. Meglio sarebbe ipotizzare un sistema “coercitivo” basato su sanzioni, che obblighi ad una precisa procedura e tempistica, i sottosegretari nell’applicare le leggi volute dal loro governo e approvate dalla loro maggioranza parlamentare ed i funzionari a risolvere i problemi collegati all’applicazione di quelle norme. Sanzioni: ritiro di deleghe ed esclusione dal governo per il sottosegretario carente, esclusione da bonus e scatti di carriera per i funzionari riottosi o poco efficienti. Quanto ai parlamentari toccherebbe agli elettori rimuovere quelli pigri o incapaci. Non apriamo il capitolo della giustizia amministrativa.

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