Ma mi faccia il piacere!
La “multa” del M5S ai “ribelli”

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di Roberto Bin
Non sono di quelli che stanno in agguato per piombare sui rappresentanti del M5S e attaccarli per qualsiasi difficoltà. Mi piacerebbe anzi che essi sviluppassero un’alternativa di governo seria e credibile, perché il Paese e le sue istituzioni ne avrebbero davvero bisogno.

Inoltre mi è chiaro che un movimento politico serio e credibile debba porsi al riparo da alcuni vezzi davvero insopportabili della nostra politica. Rappresentanti eletti nelle fila di un partito che non stanno alle decisioni degli organi legittimi del partito stesso o del suo gruppo parlamentare e approfittano di ogni circostanza per “smarcarsi” e rendersi “visibili”, affossando la compattezza e quindi la capacità politica del movimento a cui devono la loro elezione; oppure addirittura ritengono non più sopportabile lo stare dentro le scelte e le regole del partito che li ha eletti e “cambiano casacca”, non rinunciando però ai privilegi che la carica assicura. Come elettore ho sempre considerato questi comportamenti semplicemente disgustosi, soprattutto per quegli eletti che tali sono solo per gentile concessione del partito e grazie a leggi elettorali come il Porcellum.
Non è un fenomeno nuovo. Da quando è stato applicato il sistema quasi-maggioritario del Mattarellum (quindi dal 1994) il fenomeno delle migrazioni da un gruppo all’altro e anche da uno schieramento all’altro è stato massiccio, coinvolgendo in certe fasi oltre il 20% dei parlamentari, e stigmatizzato da tutti, dentro e fuori la politica. Invece di cercare di arginare o scoraggiare in qualche modo questa migrazione, i regolamenti della Camera sono stati piegati ad accettare la formazione di mini-gruppi parlamentari in cui ospitare i vari transfughi, estendendo a loro piccoli e grandi privilegi.
Per cui capisco bene l’esigenza che ha mosso il M5S nel cercare un rimedio a questo pessimo costume. Ma lo strumento prescelto è ridicolo e anche un po’ osceno. Lo strumento prescelto sono clausole inserite nei “codici etici” del Movimento e facilmente reperibili nel blog di Beppe Grillo: per esempio, per i deputati europei è previsto che ogni candidato, “prima delle votazioni per le liste elettorali, dovrà sottoscrivere formalmente l’impegno al rispetto del presente codice di comportamento, con assunzione di specifico impegno a dimettersi da deputato sia in caso di condanna penale sia nell’ipotesi in cui venisse ritenuto gravemente inadempiente al rispetto del codice di comportamento e, in difetto, a versare l’importo di €250.000 al Comitato Promotore Elezioni Europee MoVimento 5 Stelle che lo devolverà ad ente benefico.” Per le elezioni alle cariche del Comune di Roma il tariffario è diverso, si può cavarsela con 150.000 euro. Che valore giuridico possono avere queste clausole?
In tutte le costituzioni è previsto il principio del libero mandato parlamentare, e tutte le corti costituzionali si sono pronunciate nello stesso senso in cui la nostra si pronunciò già cinquant’anni fa (sent. 14/1964). Piaccia o non piaccia questo è considerato un presidio della rappresentanza ed è il significato della norma costituzionale contenuta nell’art. 67 Cost. (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) come pure anche nell’art. 2 del Regolamento del Parlamento europeo (“I deputati al Parlamento europeo esercitano liberamente il loro mandato. Non possono essere vincolati da istruzioni né ricevere alcun mandato imperativo”). Queste sono norme imperative e qualsiasi patto contrario sarebbe nullo, per l’illiceità della causa (art. 1343 cod.civ.). Lo afferma a tutte lettere lo Statuto dei deputati europei: “Eventuali dichiarazioni con cui i deputati assumono l’impegno di cessare il mandato a un determinato momento oppure dichiarazioni in bianco per le dimissioni dal mandato, che un partito possa utilizzare a sua discrezione, sono incompatibili con la libertà e l’indipendenza dei deputati e pertanto non possono avere alcun valore giuridico vincolante” (punto 22).

Insomma, clausole come quelle imposte ai rappresentanti M5S votati nelle varie assemblee elettive non hanno alcuna efficacia giuridica, come non ne avevano le “dimissioni in bianco” sottoscritte dagli eletti nelle liste di alcuni partiti della sinistra e lasciati nelle mani del segretario del partito.
Si potrebbe obiettare però che in fondo sono clausole inserite in un “codice etico”, la cui forza forse non si deve ricercare sul piano del “diritto”, ma solo su quello morale. Cioè non si può andare davanti al giudice, impugnandole e rivendicandone il rispetto. Nel suo comunicato dopo le vicende dell’uscita di alcuni deputati europei dalle schiere del M5S, Beppe Grillo scrive: “Affronte ha deciso di lasciare il MoVimento 5 Stelle e passare ai Verdi. Gravi inadempienze al rispetto del codice di comportamento prevedono la richiesta di pagamento di 250.000 euro prevista dal Codice comportamento per i candidati del MoVimento 5 Stelle alle elezioni europee e per gli eletti al Parlamento europeo che lui e tutti gli europarlamentari eletti del MoVimento 5 Stelle hanno firmato e hanno il dovere etico e morale di rispettare. Affronte dovrebbe dimettersi immediatamente dal Parlamento Europeo e lasciare spazio a un eletto del MoVimento 5 Stelle. Se questo non avverrà, con i soldi di Affronte aiuteremo i terremotati delle Marche e dell’Umbria”.

L’ambiguità non è sciolta: si parla di “dovere etico e morale” per cui Affronte “dovrebbe” dimettersi dal Parlamento europeo, ma poi si dispone dei soldi che Affronte deve? dovrebbe? vorrà? versare. A che titolo? Per violazione di una clausola illecita?

Nel Codice di comportamento per i candidati alle elezioni amministrative al Comune di Roma la costruzione giuridica è più precisa. La violazione del Codice comporterà un “danno d’immagine” per il M5S che il candidato accetta di quantificare “in almeno Euro 150.000”, impegnandosi a versare l’importo “non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio”. Il linguaggio è quello del ragioniere, non del filosofo della morale. Pensano di andare davanti al giudice con queste carte? Totò ha anticipato la risposta che otterranno.

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